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mercoledì 22 giugno 2016

Curvy...aka "cicciona"


Estate 2016. L'estate dei miei 40 anni.
L'estate della forza di gravità che vince. L'estate dell'età che incombe. L'estate della bilancia che segna allarme rosso.
L'estate dei ragionamenti, sul passato e sul futuro.
Oddio, la bilancia segna allarme rosso. Che cosa è successo? Ho mangiato così male? Saranno state le volte al Mac? Sarà stata la pasta? La vita sedentaria? Le corse letto-scuola dei bambini-scuola io- lezioni private/ancora scuola- scuola dei bimbi- spesa-pc-cena-bimbi a nanna-letto, senza tempo per mangiare decentemente e con molte soste schifezza? No...il colpevole sono loro: le malefiche macchinette della scuola! Le loro patatine, i loro snack ipercalorici! Sì, sono loro IL MALE! ... Ma no, forse è colpa del fatto che non faccio colazione al mattino: rivediamo tutti i pasti, indaghiamo su una dieta, uno stile alimentare, impariamo un modo di mangiare che non fa ingrassare! E poi, ragazza mia, devi muoverti! Non puoi andare avanti così. Insomma guardati: sei piena di ciccia. Insomma. Devi andare a correre. Ah già non puoi. Allora a camminare. Sì, a camminare. Ti alzi alle 6 del mattino quest'estate e vai a camminare un'ora, poi torni fai una doccia colazione e vedrai. Nel frattempo i bambini si sono vestiti da soli, hanno preso la macchina e sono andati a scuola da soli. Eh ma quante scuse. DEVI fare qualcosa, così non va bene.
Su queste parole si infrange il ragionamento numero uno.
Così non va bene.
Così non va bene.
Così non va bene.
Così come?
Così, con la ciccia. Così, con la cellulite, la pancia, le tettone cadenti. Non è una questione di salute, la mia salute è perfetta. Non sono ancora andata oltre quella soglia che incide sulla salute. Sono là, nel limbo fra la normale e la cicciona. Sono ancora definibile "curvy", che è un modo elegante e fashion per dire "cicciona ma non troppo". E non va bene. Non va bene perché il canone estetico è una cosa di massa. E la massa dice "ciccia è male". La massa quando ti guarda vede l'imperfezione, vede la deviazione dallo standard da inseguire, da ciò che va bene. Uno standard che ci imbriglia tutti quanti, che tappa i nostri occhi dal guardare davvero. Uno standard che ci fa dire "questo mi piace", "questo mi fa schifo". Ma a chi importa? A noi stessi importa. Noi stessi ci diciamo "non vai bene, sei grassa e quindi fai schifo". Non è lo stesso se sei alta o no, per quello non puoi fare niente. Ma se sei grassa, cavolo, puoi. Puoi scegliere di incentrare il tuo intero stile di vita sul fisico che vuoi avere. Ci puoi lavorare sopra, concentrare le tue energie, i tuoi soldi e il tuo impegno in contesti, attività e situazioni che ti tengano in forma. Puoi. Se vuoi.
Vuoi?
Vuoi davvero concentrare i tuoi sforzi interiori o esteriori sull'apparenza che vuoi avere all'esterno? Ti interessa davvero così piacere? Piacere a tutti? Ti ferisce così tanto che un tizio o una tizia sconosciuti o con priorità diverse dalle tue giudichino il tuo aspetto magro o no? Sì, ferisce.
Allora lavoriamo sulla ferita.
Lavoriamo su quell'ansia di piacere a tutti, su quella punta di male allo stomaco che ti dà il pensiero che ci sia qualcuno che ti considera non esteticamente accettabile, un catorcio. Lavoriamo su cosa ne pensi tu, su come lo giudichi tu, quel qualcuno così impegnato a mettere nero su bianco quanto è importante ciò che sei fuori, quel qualcuno a cui importa così tanto delle apparenze da non riuscire a badare alle cose davvero fondamentali che stanno dentro. Quel qualcuno che valuta PRIMA il fuori. Purìno/a.
Lavoriamo piuttosto sullo star bene con sè stessi, sul giocare col proprio corpo e sul volergli bene così com'è. Sulle cose che ci fanno stare bene. Sulle cose che ci fanno sentire belli.
Tipo un costume da pin up anni Cinquanta, o un colore nuovo di capelli, o un bel tatuaggio perché no.
Sentirsi belli, è quello che conta davvero.
Liberarsi dalle catene che ci fanno guardare allo specchio e individuare in un nanosecondo ciò che "non va bene". Liberarsene, farne collana o accessorio colorato. Riderne. Sorriderne, anzi. Sguainare un sorriso disarmante davanti a certi sguardi e a certi discorsi. Il sorriso di chi sta bene e non giudica neppure chi non è capace di guardare davvero.
E ora, andiamoci a fare un bel panino và. Integrale. Con una fettina di tacchino...

sabato 25 gennaio 2014

New Year's Resolutions #2 aka Perle di benessere


Tempo fa ho cominciato a compilare una lista di 100 motivi per cui vale la pena vivere, alzarsi la mattina, fare fatica. L'idea mi era venuta grazie a Barbara Mammafelice. La lista è ferma al numero 63, ma la aggiorno abbastanza regolarmente.
La lista che segue, invece, è più prosaica e terra-terra. Traduce il punto 3 dei miei buoni propositi 2014. Contiene le piccole cose che mi fanno sentire bene con me stessa, che mi danno sensazioni positive, piccole azioni, regali, che si possono realizzare quotidianamente, e che quando si riescono ad avere tutte insieme compongono una giornata perfetta, che si conclude con un sorriso, molte coccole e un buon sonno.

Sentirmi bella.
E quando mi sento bella io?
- Quando ho i capelli a posto.
- Quando profumo.
- Quando sono liscia e morbida.
- Con gli occhi truccati
- Con un accessorio: bracciale o orecchini. Le collane funzionano meno.
- Con la gonna.
Cantare.
Su questo bisogna lavorare.
Camminare.
Andare in bici.
Avere casa in ordine:
- Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa.
- I letti fatti.
- La cucina sgombra e pulita.
- Il bagno splendente.
- Nessuna traccia di polvere.
- Un buon odore.
Curare il blog.
Dei fiori.
In vaso, in terra. Basta che si vedano dei fiori. Ranuncoli, fiori di campo, tulipani, lysianthus, rose di giardino, ortensie, non fa differenza, basta che non siano lilium che fanno cimitero.
Stare all'aperto.
Ci siano alberi e spazio aperto, il resto è secondario.



So' proprio figlia del fiori...

Peace&Love!

[foto qui: http://www.deviantart.com/art/Hippie-Paradise-295352925]

mercoledì 22 gennaio 2014

Impreparato


Penso troppo. E' un problema. Penso prima, durante, dopo tutto. Penso a tutto e al contrario di tutto, penso a come potrebbero andare le cose se, se, se, se tutto. Penso a come andranno, le cose, se, se, se, se tutto. Penso a come vanno le cose e perché. Penso a ciò che fanno le persone, e perché. Penso a ciò che ho fatto io, e perché, e se mai avessi fatto il contrario come sarebbe stato. Soppeso, se fossi maschio potrei anche dire senza indugio che so' peso. Penso troppo, l'ho detto. In tutto questo pensare mi si attorciglia il cervello, mi fermo, non faccio, e poi penso a perché non ho fatto. E' che mi piace trovarmi preparata nelle situazioni, e così penso che pensando, soppesando, elucubrando, arriverò preparata.
E invece no.
La vita ti mette continuamente in situazioni per cui non sei preparato, anzi si può dire che sono di più le situazioni in cui ti trovi impreparato. Quando vieni al mondo, non sei preparato. Non sei preparato per la crescita, gli ormoni, i ragazzi che ti piacciono, le persone che ti attraggono, le cose che scoprirai ti piaceranno. Per le delusioni, non sei preparato. Per l'amore, non sei preparato; quello vero, poi, arriva proprio quando non sei preparato, non te lo aspetti, sei in altre faccende affaccendato. Per la gravidanza, non sei preparata. Per i figli, non sei preparata neppure dopo che li hai e ti sei fatto un po' d'esperienza e sei convinto di capirci ormai qualcosa...allora arriva quel fatto o quella scoperta di loro che ti sorprende, ed è gioia autentica. Per la morte, non sei preparato mai, nè per quella dei tuoi cari, neppure se ti sei a lungo preparato mentalmente a digerire il rospaccio, nè tantomeno per la tua. E dunque, tutto questo mio pensare e prepararmi, a che minghia serve? A niente, lo so.
[Allora penso che non sono preparata, e invece di fare, ancora, scrivo che penso troppo. Here I am.]
Pensavo di avere bisogno di yoga per trovare l'equilibrio. Però è una cosa troppo di testa, mi farebbe pensare ancora di più. Forse ho bisogno di una cura di fare, forse ho bisogno di trovare qualcosa che non mi faccia pensare, pensare e pensare, ma mi costringa a buttarmi in mezzo al momento. Forse ho bisogno di ballare.

venerdì 10 gennaio 2014

Luce



È un periodo in cui comprendo cose mai comprese e vedo cose mai viste, nonostante tutto sia sempre stato sotto il mio naso. Una di esse è la mia storia, il mio percorso: in un momento in cui vedo solo nebbia davanti a me, della strada di mattoni gialli vedo soltanto il prossimo passettino, l'orizzonte è invisibile, e io non so se affronterò curve, salite, un lungo rettilineo, un baratro o entrerò in un bosco incantato...la strada fatta finora mi appare stranamente chiarissima. Tutto il paesaggio, non solo i suoi particolari. Tutte le svolte, le discese ardite e le risalite, tutti gli incontri e il loro perchè, mi appaiono per la prima volta in piena luce e acquistano un senso che prima non avevano così nitido.

Un'altra cosa che comprendo meglio, conseguente alla precedente, sono io, me, me myself. Come se mi vedessi davvero per la prima volta.
Questa mattina mi sono sentita dire: "è difficilissimo, per una come me, stare in questa condizione". Cioè immobile, statica, senza sapere dove sto andando, che cosa sto per fare, che cosa mi aspetta non solo nel lungo termine ma neppure nel breve termine. Io, che ho sempre paura che qualcosa di improvviso venga a turbare equilibri così faticosamente conquistati, curati, realizzati. Che non so godermi il momento felice. Che sono sempre all'erta, e annuso l'aria pronta a scattare in difesa di me stessa, del mio mondo, di tutto quanto conta per me. Che avevo trovato una cura per tutta questa tensione, una passione che mi faceva vivere bene il momento, mi riempiva l'anima e riusciva a impedirmi di giocar con la mente e i suoi tarli [Adesso, però, Lucio, basta infilarmi parole delle tue canzoni nel cervello].
Ecco, io, me, me myself, questa tizia qui si trova bloccata in un limbo in cui non può viversi la sua passione, non può cambiare le cose della sua quotidianità che le stanno strette (tipo vedere almeno un pezzettino di orizzonte dalla finestra, arrivare a casa senza smadonnare mezz'ora per il parcheggio, non dover salire cinque piani di scale a piedi tutte le volte che rientri, cosette così), non sa in quale città vivrà fra qualche mese, quale sarà la scuola che frequenteranno i suoi figli, se dovrà cambiare parrucchiere un'altra volta...
L'orizzonte: è la cosa di cui non posso fare a meno. Sotto questo aspetto sono una donna di mare a tutti gli effetti: chi vive vicino al mare fa i conti continuamente con l'orizzonte, e lo vede bello nitido là in fondo anche se non vuole. Ho bisogno di un'orizzonte da guardare e in questo momento non ce l'ho.
Una parte di me si ribella continuamente a questo. Scalcia, strepita, strilla perché vuole a tutti costi un orizzonte, e si arrovella cercando di immaginarselo ma non sa che colori deve usare.
Ma un'altra parte di me, quella più saggia, sa che tutto scorre, e che abbandonarsi alla corrente è il modo migliore per non affogare. Intuisce che -forse- vivere questo momento le fa bene, sussurra che forse questo momento è arrivato per costringerla a imparare a star ferma e respirare, pensare solo al prossimo piccolo passo. Per insegnarle definitivamente ad affidarsi. Sarà per questo che il cammino fatto fin qui appare più chiaro, e ciò che si vede sono le innumerevoli volte in cui la strada le è stata spianata, in cui le cose sono andate a posto in maniera inspiegabile, in cui le luci si sono accese nel buio più fitto.
Sarà per questo che ho così tanto bisogno di yoga.

giovedì 9 gennaio 2014

As Time Goes By


Come tutto si relativizza col passare del tempo!
Leggo i vecchi post sulla mia tela di Penelope, la tesi di dottorato, colgo fatica, senso di inadeguatezza, una sottile, bruciante passione, e aspettative.
Che cosa ne resta, oggi?
Senso di inadeguatezza cosciente e una sottile, bruciante, passione disperata.
Disperata, oggi che aspetto con trepidazione che nero-su-bianco sia pubblicata la valutazione del mio percorso di studi che riassumerei in due parole: non abbastanza.
Non abbastanza per sperare concretamente in una possibilità di lavoro all'università: non abbastanza il numero delle pubblicazioni, non abbastanza buona la tesi, non abbastanza giovane la mia età, non abbastanza l'esperienza accumulata nel settore.
Non abbastanza per volere davvero quella vita: non abbastanza distaccata per pensare di partire ogni tanto per convegni, non abbastanza diligente per continuare a studiare con costanza ed efficacia, non abbastanza convinta di poter smettere di fare la prof di scuola superiore.
Eppure, continuo ad aspettare con trepidazione, come se una vocetta dentro di me sussurrasse "e se...?", come se per magia o per un miracolo improvvisamente lo scenario potesse cambiare e il mio sogno si potesse realizzare, e contro la realtà si potessero infrangere tutte le cose che la razionalità ripete alla passione perché non sanguini, cose come "ma tu non lo volevi davvero", "ma se lo avessi voluto davvero non avresti fatto due figli in due anni durante la stesura della tesi di dottorato", "evidentemente non è questa la tua strada", "anche se dovessi avere un giudizio positivo non significa che avrai l'occasione di concorrere per un posto", cose così.
Intanto, as time goes by, mentre il tempo passa, la mia vita ed io prendiamo pieghe inevitabili: ogni giorno che passa mi rendo più conto di essere una madre, entro nel ruolo con sempre meno fatica e difficoltà, i miei nuovi vestiti mi calzano quasi a pennello, e faccio pace pian piano e faticosamente con l'altra me, quella che sguazza fra gli studenti ed è felice se riesce a far loro imparare qualcosa e se trascorrono ore serene in un ambiente negativo come quello della scuola e spera che si innamorino del sapere, che è la base per una vita da persone civili e da onesti cittadini. As time goes by, si avvicina il momento in cui dovrò cominciare davvero a impacchettare e a farmi la tana altrove, a chiamare "casa" un altro posto, in cui sul serio la mia vita sarà un'altra, altrove. As time goes by, qualcosa dentro di me continua a rimanere perplessa, e a mugugnare "uhm, non so".

[foto: http://www.deviantart.com/morelikethis/309007593?view_mode=2]

giovedì 7 novembre 2013

I have a dream


Zona residenziale.
Alberi. Verde. Un pezzettino di giardino, anche condominiale.
Calma, ordine, uccellini cinguettanti.
Il mare non troppo lontano.
Quattro camere: una camera da letto per noi, una per i bambini, una per il nonno, un salone dove guardare le partite, Montalbano, Un medico in famiglia (guarda un po'...), i cartoni della Disney, fare l'albero di Natale, ricevere gli amici vecchi e nuovi, ritrovarsi, tutti insieme.
Una grande cucina, con un grande piano di lavoro per impastare e preparare, un grande tavolo da pranzo, e un angolino per chiacchierare davanti a un the.
Un cane, due gatti.
E noi. Tutti insieme.
Soprattutto noi, tutti insieme.

I have a dream.

(sospiro)

giovedì 10 ottobre 2013

Chi mi vuole come vuole


C'è chi mi vuole come vuole
un po' più santo
più criminale
e un po' più nuovo
un po' più uguale
mi vuole come vuole
c'è chi mi vuole per cliente
chi non mi vuole
mai per niente
e c'è chi vuole le mie scuse
che ciò che sono l'ha offeso
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
c'è chi mi vuole più me stesso
e più profondo, più maledetto
e bravo padre e bravo a letto
c'è chi mi vuole perfetto
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada


 (Luciano Ligabue, "Sulla mia strada")

lunedì 23 settembre 2013

Palloncino amaro

Un bel palloncino grigio voli via da questa pagina, portando con sé queste amare considerazioni.
Il genitore che non voglio essere:
- per andare a trovare suo figlio aspetta di essere invitato;
- se viene invitato dice che sta bene a casa sua e che altrove si sente a disagio;
- non invita a casa sua suo figlio perché la sua casa non è abbastanza accogliente;
- non chiede mai a suo figlio se ha bisogno di qualcosa;
- non si domanda mai come fa suo figlio a stare solo tutto il giorno con due bambini piccoli, se ha bisogno di aiuto o di compagnia;
- non se la sente di stare coi nipotini.
Infine, e sintetizzando:
- ritiene di non essere fondamentale nella vita del figlio.
Questo è il genitore che ho, e che spero di non essere.
Spero di non usare le mie debolezze e le mie paure come uno scudo verso chi mi ama profondamente, e per cui sarò sempre fondamentale. Spero di non nascondermi dalle dimostrazioni di affetto per paura di mostrare le mie emozioni. Spero di non preferire la solitudine e la televisione alla compagnia di chi amo. Spero di non usare l'inesperienza come un alibi per non fare ciò che è necessario.

lunedì 24 giugno 2013

Imparare dal vento


Vorrei imparare dal vento a respirare
dalla pioggia a cadere
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde di andare e venire
ricominciare a fluire.

Un aereo passa veloce e io mi fermo a pensare
a tutti quelli che partono, scappano o sono sospesi
per giorni, mesi, anni
in cui ti senti come uno che si è perso
tra obbiettivi ogni volta più grandi...
Succede perché
in un instante tutto il resto
diventa invisibile
privo di senso
e irraggiungibile per me 
succede perché
fingo
che va sempre tutto bene
ma non lo penso
in fondo.

Torneremo ad avere più tempo, e a camminare
per le strade che abbiamo scelto,
che a volte fanno male,
per avere la pazienza delle onde di andare e venire,
e non riesci a capire .

Succede perché
in un instante tutto il resto diventa invisibile,
privo di senso
e irraggiungibile per me,
succede anche se il vento porta tutto via con sé,
vivendo
ricominciare a fluire ricominciare a fluire
ricominciare a fluire
ricominciare a fluire 

(Tiromancino "Imparare dal vento")

venerdì 12 aprile 2013

Anna e il tatuatore


Ma si può, all'età mia, emozionarsi per una ragazzina di fantasia che viene baciata dal ragazzo sbagliato di fantasia per il quale si è presa una cotta colossale di fantasia?

Così scrivevo lunedì, dopo aver visto la puntata di "Un medico in famiglia" di domenica, registrata perché domenica sera ce l'eravamo perso (nziamai!). Mi sono sentita un'idiota per il cuore che mi batteva alla scena in cui Anna Martini, la piccola di famiglia, va a fare una piazzata al ragazzo del quale si è innamorata, che la respinge per proteggerla, e che si conclude con 'sto figo che la rincorre, la ferma e la bacia teneramente e con trasporto. Ho poi scoperto di non essere l'unica imbecille, ma che molte altre donne più o meno coetanee avevano vissuto la mia stessa emozione.

Rimugino da giorni su questo fatto, e rimugina che ti rimugina sono giunta a una conclusione.
Il fatto è che io me lo ricordo benissimo il mio "tatuatore". Vabbè, io di anni ne avevo venti e non diciassette, non ero proprio una bambina ma neppure una donna. Lui...anche lui era alto, era gentile, era affascinante, e soprattutto era quello sbagliato. Sbagliatissimo, per l'esattezza. Io lo sapevo, lui lo sapeva, tutti quelli che mi amavano lo sapevano, ma si sa che contro l'attrazione magnetica non si può andare. Fu una storia intensa, struggente, dal prevedibile quanto previsto finale di M, anzi come dice la mia amica D, una di quelle situazioni che "parte a razzo e finisce a cazzo" che hanno colorato tanti anni della mia adolescenza e giovinezza; questa però ha lasciato il segno come un tatuaggio invisibile a perenne monito di quale sia il tipo d'uomo da rifuggire con tutte le proprie forze a meno che non si voglia continuare a farsi del male invece di vivere felici e contenti con accanto qualcuno che sia l'uomo-per-me-fattoappostapermè.
È che nella vita di tutte noi c'è stato un Emiliano, e non è abbastanza vicino nel tempo da causarci una punta residua di dolore al cuore ma neppure tanto lontano da suscitare distacco e tenerezza per la ragazzina che siamo state. Il ricordo di lui si trova in quel limbo per via del quale non siamo ancora entrate del tutto nella parte della donna adulta (!!) anche se abbiamo dismesso da tempo e con leggerezza i panni della giovincella sgarzilla, dunque ancora è capace di urlare se sollecitato benché schiacciato da tutti i sogni che si sono realizzati e da ciò che abbiamo finalmente ricevuto e conquistato.

Infine, diciamocelo: quanto cappero è figo 'sto ragazzo che hanno preso per la parte di Emiliano?? E quella voce???

giovedì 10 gennaio 2013

Tossica

Nella mia lunga carriera di babbiona ho collezionato un discreto numero di abbagli, che si sono naturalmente tradotti in delusioni, più o meno cocenti.
Non sono un asso nel valutare le persone. Tendo a vedere sempre prima (a volte soltanto) i lati positivi, le cose belle, delle quali mi invaghisco, e sottovaluto quelli negativi. Sottovaluto, sì. Non è che non veda i lati oscuri, solo che li minimizzo, pensando che in ogni persona ci sono luci ed ombre, che non esistono individui perfetti, e che non necessariamente i lati oscuri di una persona mi feriranno direttamente.
Mi sono sbagliata in svariate occasioni, in svariati modi, in svariati momenti.
Poi sono cresciuta. Mi sono chiusa un po'. Mi sono posta dei limiti, dei paletti, proprio perché i miei slanci non fossero nocivi, proprio per riuscire a guardare le persone da una distanza sufficiente a vederle nel complesso. Pensavo, così, di aver finalmente imparato a gestire questi slanci con equilibrio, di aver raggiunto una conoscenza di me stessa sufficientemente profonda da sapermi circondare di persone i cui lati oscuri non potessero farmi troppo male.
E infine, sei arrivata tu. Hai smontato le mie recinzioni, pezzo dopo pezzo, mi hai convinta che non ero io a guardare le persone con occhiali rosa, ma che le delusioni del passato fossero state occasioni sbagliate, abbagli del momento, e che il mio modo di essere fosse meraviglioso ai tuoi occhi, che ci fosse qualcuno che mi sente come una sorella.
Avrei dovuto imparare molto tempo fa che questa parola mi porta sfiga.
Forse avrei dovuto imparare anche che chi ha dimestichezza con le menzogne con ogni probabilità non è un amico fedele, nè affidabile.
Ecco, non voglio essere più la sorella di nessuno. Una cugina, al massimo.
Magari in una vita precedente ho commesso un sorellicidio, e in questa il mio karma è a) di non avere avuto sorelle di sangue, b) di essere ferita da coloro che mi considerano un surrogato di sorella. Devo smetterla con le figlie uniche. Quando faccio amicizia con qualcuno, devo ricordarmi di chiedere: sei figlia unica? Sì? Ok, arrivederci. Sono allergica. E la mia allergia consiste nel sentirmi di nuovo un'adolescente delusa e impreparata di fronte al mondo e ai suoi abitanti, come adesso che, di nuovo, sento di non avere i mezzi per riconoscere il pericolo e l'inganno.
Eppure, sono ostinata. Non voglio cambiare. Mi rifiuto. Voglio continuare a vedere il bello nelle persone, ad apprezzare quanto di buono hanno da dare, anche a costo di sentirmi di nuovo così l'anima bruciare di rabbia e delusione e inganno.
Perché a un certo punto ti ricordi che l'universo delle persone che ami è popolato anche da un altro genere di personaggi. Come lui, conosciuto la stessa sera in cui ho conosciuto mio marito il Duca; erano seduti uno alla mia destra, uno alla mia sinistra, e ancora oggi, dopo più di 10 anni, sono entrambi lì. Come lei, messa sul mio cammino in un luogo magico e legata al mio cuore dal filo più potente, resistente e inossidabile: Gesù Cristo. Loro, lontani in km ma presenti in ogni giorno della mia famiglia. Lei, il Cappellaio Matto, l'altra metà. O lei, la fedeltà, la stabilità, la correttezza. Ancora, lei, l'eterna compagna di vita: hai voglia a chiudere cerchi, voltare pagine, cambiare famiglia e città; siamo sempre insieme. O lei, l'angelo silenzioso: voliamo lontano, nella vita reale, ma le nostre anime non possono separarsi. Lei, sopravvissuta al tempo e ai colpi della lingua, che esiste da così tanto che non ricordiamo neppure più quanto. E sì, lei. Ancora, e sempre, e nonostante tutto. Altro che cugina.
Con nessuno di loro è stato tutto rose e fiori. Hanno i loro difetti, sono fatti a modo loro, qualcuno mi ha ferita, con qualcuno ho sbagliato, di qualcuno non mi sono presa cura quanto avrei dovuto, nel corso del tempo.
Ma non mi hanno mai considerato tossica.
Non mi mentono.
Chiamano le cose col loro nome. Mettono un certo peso nelle parole che gli escono dalla bocca e dal cuore.
Voglio che continui ad esserci sempre posto, nel mio cuore, per persone come loro. Per questo non voglio cambiare. Perché se cambiassi, se diventassi più scaltra e diffidente, queste persone non esisterebbero, nella mia vita. Il prezzo da pagare forse è recapitare qualche (più di qualche) inganno. Ma ne vale la pena.
A tutti voi, che vi siete ritrovati nelle mie parole, grazie.
E a te, che forse hai capito, chiedo scusa. Se ti ho turbata, ferita, offesa. Non era mia intenzione. Ma come un giorno mi hai detto tu, accettami per quello che sono; mi dispiace che tu soffra per colpa mia ma sono fatta così. Non ho segreti, mezze misure, peli sulla lingua, e sono negata in ogni genere di calcolo.

mercoledì 2 gennaio 2013

Il tempo per

Dicono che il tempo sia relativo. Che sia una convenzione.
Sarà.
Intanto, è il padrone delle nostre vite.
Lui decide quali contenuti puoi gestire, e quindi in definitiva ha l'ultima parola sulla qualità della tua vita.
Se, per esempio, devi lavorare X ore al giorno, quelle X ore non sono tue, ma sue; a te rimane il resto, resto nel quale - va da sé - puoi inserire solo cose che in quel segmento ci stanno.
Il padrone del mio tempo è un tiranno. Mi fa vivere in uno stato di continua schiavitù, nel quale l'ora d'aria stordisce e sembra sempre troppo breve e vuota.
Ecco, per questo 2013 mi servirebbe un miracolo: un padrone del tempo più mite, più elastico, più buono. Che mi lasci abbastanza tempo per cose da fare coi bambini, passeggiate nella natura, cose belle e pensieri leggeri. Sono piccole cose ma è tutto ciò di cui ho bisogno.
No, non è vero. Sto mentendo.
Ciò di cui ho bisogno è di avere te accanto, nel fare cose coi bambini, nel passeggiare nella natura, nelle cose belle e nei pensieri leggeri.
Ma le tue catene del tempo sono molto più grosse delle mie, e di acciaio inossidabile.
E io comincio ad avvertirne i segni sulla pelle.

giovedì 29 novembre 2012

E ssì, vabbè!



E ssì, vabbè! (ma sce me ne futt a mmè)
In questa frase è racchiuso lo spirito intrinseco dell'abitante-tipo di Taranto, una capacità di adattamento alle situazioni che sfiora l'indolenza e che si traduce in definitiva nell'accettare passivamente ogni evento come caduto dall'alto e nei confronti del quale non si possiede alcun potere.
Come spiegare, altrimenti, l'interpretazione serpeggiante di tutti gli aspetti della faccenda Ilva? Delle malattie, sono responsabili quanti si preoccupano di dove andranno a mangiare i figli di 20000 famiglie se la fabbrica chiude. Della disgrazia di chi perde il lavoro, sono responsabili gli ambientalisti che urlano al disastro ambientale. Del disastro ambientale, i politici, tutti. Infine, del tornado, la giustizia divina. La giustizia divina. Giustizia divina che si abbatte sopra un operaio di 23 anni che lavora come ogni giorno in una cabina a 27 metri di altezza di spalle al mare? Sopra il vigilante che viene trascinato per metri dalla tromba d'aria che gli strappa di dosso la divisa? Si potrebbe continuare per ciascuno dei 28 feriti. Senza rendersi conto di che cosa sarebbe potuto succedere,  invece. Che abbiamo sfiorato l'Incidente Rilevante, che avrebbe oltrepassato i confini dello stabilimento con conseguenze imprevedibili. Che se i 70 operai che dopo meno di mezz'ora sarebbero stati nella mensa scoperchiata dalla bufera, oggi forse di vittime ne conteremmo parecchie di più.
Il cielo è azzurro, oggi, su una Taranto scossa, stravolta, sconvolta dalle immagini, presa a schiaffi nella sua indolenza dalla dura realtà. Realtà che dice che l'Ilva non vive di vita propria, un mostro che sputa veleni da solo: è un microcosmo popolato di persone, tante, tantissime persone, più dell'intera popolazione di Sava, per capirci. Che tutto ciò che riguarda il mostro riguarda l'intero territorio non soltanto in termini ambientali ma in termini di famiglie, di individui, di CRISTIANI.
Non posso accettare che questo fatto centrale sia all'ultimo posto delle preoccupazioni di chi ha in mano il destino della fabbrica. La persona umana che di Ilva vive (e muore!) deve essere il punto nodale della questione. Sarebbe ovvio aspettarsi che al vertice di oggi pomeriggio sia questa, la pietra del contendere principale. Ma tutto dice il contrario. Tutto dice che quel maledetto Riva Jr che si favoleggia riposare le sue eleganti chiappe su una spiaggia di Miami, potrà tornare e continuare a usare tutti noi per il proprio profitto, sul quale però è purtroppo fondata una buona parte della "ricchezza" di questa nazione, che disgraziatamente fa parte di un mondo occidentale che sull'idea del profitto e del guadagno comunemente cammuffata sotto il termine (orribile e puzzolente, per me) di capitalismo vive e vuole continuare a vivere.
Da tutte queste amare riflessioni scaturiscono molte, moltissime domande, alcune personali:
a) domenica c'è il ballottaggio delle primarie di centrosinistra: di chi fidarsi, da tarantino in questa situazione?
b) che cosa succederà alla nostra città nel prossimo futuro? Continueremo ad ammalarci e a cadere come mosche, o avremo migliaia di persone allo sbando senza arte nè parte che non sanno dove andare a sbattere la testa?
c) è davvero qui, così, che voglio far crescere i miei figli? La grande domanda, dalla quale discendono tutte le altre:
- Prendiamo baracca e burattini e andiamo a fare la fame altrove, da soli, mollando padre, madre, famiglia, amici, sicurezza lavorativa, progetti per il futuro?
- Restiamo invece qui, ci spostiamo di pochi km, lontano dal mostro e dalle radici, e perdiamo l'occasione di offrire un avvenire più ricco di opportunità alle prossime generazioni della nostra famiglia?
- Infine: che maledetto accidenti ci andiamo a fare, a tentare il concorso farsa, fra venti giorni, trascorrendo queste settimane a sentirci stupidi e incapaci alle prese con esercitazioni impossibili facendoci umiliare da un Ministero sordo e ottuso? Per avere un contratto a tempo indeterminato QUI, per un lavoro che fatto nelle condizioni in cui si fa qui, assomiglia a un martirio?
Sarà difficile, per le persone di Taranto della mia generazione, decorare la casa per Natale, quest'anno. Natale è un periodo importante, per Taranto. Abitudini e riti collettivi, perpetrati volontariamente nelle case, che rinfocolano il senso di appartenenza e di amore per questa città immobile, apparentemente protetta ma prigioniera di un muro di carparo che la abbraccia togliendole l'aria, che rende il tarantino un nostalgico, indolente animale stanziale che vive il calendario sulle scadenze condivise, come Santa Cecilia, come Pasqua, come il periodo fra l'8 dicembre e l'8 gennaio, in cui ama sciuca' a l cart / ama mangia' l pett'l / n'ama vde' cu l'amisc ca iavtn in altitalje.
Eppure già me lo immagino, il tarantino. Dategli qualche altro giorno di sole e prenderà il firone, si preparerà alle solite nottate intorno alla tavola, comprerà le nocelline e si ritroverà a parlare come sempre del mostro, perché fa parte di lui, di noi, perché, in fondo, il tarantino è allergico alla rivoluzione.

mercoledì 3 ottobre 2012

Brutta razza


Le Femmine sono una brutta razza.
C'è l'Elemosinante, quella che si innamora sempre dell'uomo sbagliato, che perde la testa per chiunque le dimostri attenzione. C'è l'Indecisa, quella che nelle grandi occasioni ha il fidanzato in prima fila e l'innamorato nel corridoio. C'è la Solitaria, quella che trascina le storie fino allo sfinimento per portarle alla distruzione. C'è la Fidanzata, quella che lotta disperatamente per tenere in piedi una storia a qualunque costo, anche quello dell'insoddisfazione, purché duri. C'è la Troia, quella che non ha pregiudizi e segue sempre il proprio interesse. C'è la Santa, quella che tiene la coscienza imbavagliata dietro una maschera di virtù.
La Femmina ha sempre ragione, e si circonda di amiche che l'assecondano e la giustificano e uomini che la idolatrano ciecamente. Ma di lei non ti puoi fidare: se non la coccoli, non la blandisci, non la eviti, non le menti, non la tieni d'occhio, la sua coda di scorpione ti avvelenerà. 
E poi ci sono le Donne. Quelle che non sono capaci. Quelle che pagano i loro conti, profumatamente. Quelle che si mettono in cima allo scoglio quando c'è la tempesta. Quelle che accettano le conseguenze. Quelle che nello specchio dell'anima riescono a vedersi chiaramente. Quelle che sanno parlare e star zitte, e sanno esattamente quando fare l'una o l'altra cosa. Quelle che cantano, anche se sono stonate. Quelle che sanno vedere il bello nelle cose e nelle persone. Quelle che conoscono il valore delle piccole cose.
Non si augura a nessuno una Femmina per amica.
Ma delle donne, quelle vere, ti puoi fidare. Saranno sincere, nel  bene e nel male. Saranno vere, col sole e con la pioggia. Saranno presenti, nel silenzio e nel frastuono. Saranno oneste, anche nell'occasione che fa l'uomo ladro. Saranno pure. Saranno stabili. Saranno coraggiose. Saranno delle Vere Amiche.

Questo post è dedicato a tutte le donne che ho incontrato lungo il cammino, e in particolare alle mie Amiche: vi sarete sicuramente riconosciute. Ogni altro riferimento a fatti e persone realmente esistenti è assolutamente voluto, senza offesa, e con affetto.

lunedì 2 luglio 2012

Ancora sul Patronus

Il Patronus ieri è venuto a trovarmi spontaneamente, e mi ha fatto notare che le cose belle che sono state in mezzo alle cose brutte del mio percorso non sono state meno belle perché sono accadute in mezzo alle cose brutte.
Le cose belle sono belle, e basta.
Rinunciarvi per paura che siano accompagnate da catastrofi è un controsenso. Sono le cose belle che ci fanno restare aggrappati al ricordo di quanti ci hanno lasciato, che rendono la vita degna di essere vissuta, e alla fine importa poco quanto durerà: l'importante è che cosa mettere dentro il tempo che abbiamo. E io ci voglio mettere dentro tante cose belle.
Eh, sì: il mio Patronus è proprio una farfalla.
E comincio a pensare che somigli sempre di più a quello di Harry. La farfalla è libera dentro nonostante tutte le sue limitazioni e la sua delicatezza, la farfalla fa sorridere le persone, il suo passaggio non lascia indifferenti. Mi ricorda qualcuno.