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giovedì 30 giugno 2016

Bentornato a questo sole

Ultimi giorni di primavera che scivolano nell'estate. Poi i primi giorni di vero caldo. Più tempo con la testa libera, più testa dentro il tempo finalmente libero. Libero da responsabilità, impegni, scadenze, programmi. Insomma un vero inizio d'estate.
Immancabile la radio accompagna in auto i miei spostamenti, e stimola riflessione ed emotività, due tizie che se ne stanno appollaiate sulla mia spalla e ogni tanto mi comandano come il Piccolo Chef sulla testa di Linguini. Penso al passato, al futuro, vicini e lontani, a desideri, a luoghi dove voglio essere, a persone che voglio sentire e a persone che sento dentro inevitabilmente, cullata da una serie di canzoni.
Questo è, di nuovo, il periodo Vasco - Baglioni.
C'è stato il contemplativo periodo Guccini, il profondo periodo De Andrè, il maledetto periodo De Gregori (tre, quattro volte), un lungo, incancellabile e felice periodo Battiato, ma appartengono tutti alla mezza maturità, alla consapevolezza, all'amarezza da Incontro e Vedi Cara e Verranno a chiederti del nostro amore e Niente da Capire e La stagione dell'amore.
Molto prima, durante l'adolescenza, c'erano state molte canzoni sdolcinate, nessun particolare amore musicale vinceva sugli altri, tutto era di pancia e così era la musica. C'erano stati Queen, U2, pochissimi Spandau, Metallica. Venivano gettati i semi dei miei veri gusti musicali, con le radici negli anni Settanta e Ottanta dei giganti della mia vita: Police, Led Zeppelin, Deep Purple, ROLLING STONES, Simon&Garfunkel, Mina, Barbra, Billie, Janis, Joni, Carole, immensa Joan, David Bowie.
Ma nessuno di loro portava epifanie e verità.
Le epifanie e le verità interiori appartengono a quei pochi anni fra la fine dell'adolescenza e l'inizio dell'essere adulti consapevoli e centrati, quegli anni in cui "tutto è ancora intero, tutto è chi-lo-sa", anni in cui trovavo me stessa nelle parole di Vasco e di Baglioni. Dopo un anno di adolescenza tardiva, e un altro a ricostruire le macerie dopo un attacco terroristico emotivo, "ci sta" tornare a scoprirsi nella stessa musica, ritrovarsi, potersi dire (più esattamente potersi urlare a squarciagola sulla rotonda di Piazzale del Lavoro), appunto, "IO SONO ANCORA QUA, EEEEH GIA'" "FORSE ERA GIUSTO COSIIIIIIII", "e non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso, figlio di un cielo così bello perché la vita è adesso", ed assorbire "Bentornato a questo sole, nelle camere di tutto il mondo, quando allaga letti e cuori".

Molto love.

mercoledì 22 giugno 2016

Curvy...aka "cicciona"


Estate 2016. L'estate dei miei 40 anni.
L'estate della forza di gravità che vince. L'estate dell'età che incombe. L'estate della bilancia che segna allarme rosso.
L'estate dei ragionamenti, sul passato e sul futuro.
Oddio, la bilancia segna allarme rosso. Che cosa è successo? Ho mangiato così male? Saranno state le volte al Mac? Sarà stata la pasta? La vita sedentaria? Le corse letto-scuola dei bambini-scuola io- lezioni private/ancora scuola- scuola dei bimbi- spesa-pc-cena-bimbi a nanna-letto, senza tempo per mangiare decentemente e con molte soste schifezza? No...il colpevole sono loro: le malefiche macchinette della scuola! Le loro patatine, i loro snack ipercalorici! Sì, sono loro IL MALE! ... Ma no, forse è colpa del fatto che non faccio colazione al mattino: rivediamo tutti i pasti, indaghiamo su una dieta, uno stile alimentare, impariamo un modo di mangiare che non fa ingrassare! E poi, ragazza mia, devi muoverti! Non puoi andare avanti così. Insomma guardati: sei piena di ciccia. Insomma. Devi andare a correre. Ah già non puoi. Allora a camminare. Sì, a camminare. Ti alzi alle 6 del mattino quest'estate e vai a camminare un'ora, poi torni fai una doccia colazione e vedrai. Nel frattempo i bambini si sono vestiti da soli, hanno preso la macchina e sono andati a scuola da soli. Eh ma quante scuse. DEVI fare qualcosa, così non va bene.
Su queste parole si infrange il ragionamento numero uno.
Così non va bene.
Così non va bene.
Così non va bene.
Così come?
Così, con la ciccia. Così, con la cellulite, la pancia, le tettone cadenti. Non è una questione di salute, la mia salute è perfetta. Non sono ancora andata oltre quella soglia che incide sulla salute. Sono là, nel limbo fra la normale e la cicciona. Sono ancora definibile "curvy", che è un modo elegante e fashion per dire "cicciona ma non troppo". E non va bene. Non va bene perché il canone estetico è una cosa di massa. E la massa dice "ciccia è male". La massa quando ti guarda vede l'imperfezione, vede la deviazione dallo standard da inseguire, da ciò che va bene. Uno standard che ci imbriglia tutti quanti, che tappa i nostri occhi dal guardare davvero. Uno standard che ci fa dire "questo mi piace", "questo mi fa schifo". Ma a chi importa? A noi stessi importa. Noi stessi ci diciamo "non vai bene, sei grassa e quindi fai schifo". Non è lo stesso se sei alta o no, per quello non puoi fare niente. Ma se sei grassa, cavolo, puoi. Puoi scegliere di incentrare il tuo intero stile di vita sul fisico che vuoi avere. Ci puoi lavorare sopra, concentrare le tue energie, i tuoi soldi e il tuo impegno in contesti, attività e situazioni che ti tengano in forma. Puoi. Se vuoi.
Vuoi?
Vuoi davvero concentrare i tuoi sforzi interiori o esteriori sull'apparenza che vuoi avere all'esterno? Ti interessa davvero così piacere? Piacere a tutti? Ti ferisce così tanto che un tizio o una tizia sconosciuti o con priorità diverse dalle tue giudichino il tuo aspetto magro o no? Sì, ferisce.
Allora lavoriamo sulla ferita.
Lavoriamo su quell'ansia di piacere a tutti, su quella punta di male allo stomaco che ti dà il pensiero che ci sia qualcuno che ti considera non esteticamente accettabile, un catorcio. Lavoriamo su cosa ne pensi tu, su come lo giudichi tu, quel qualcuno così impegnato a mettere nero su bianco quanto è importante ciò che sei fuori, quel qualcuno a cui importa così tanto delle apparenze da non riuscire a badare alle cose davvero fondamentali che stanno dentro. Quel qualcuno che valuta PRIMA il fuori. Purìno/a.
Lavoriamo piuttosto sullo star bene con sè stessi, sul giocare col proprio corpo e sul volergli bene così com'è. Sulle cose che ci fanno stare bene. Sulle cose che ci fanno sentire belli.
Tipo un costume da pin up anni Cinquanta, o un colore nuovo di capelli, o un bel tatuaggio perché no.
Sentirsi belli, è quello che conta davvero.
Liberarsi dalle catene che ci fanno guardare allo specchio e individuare in un nanosecondo ciò che "non va bene". Liberarsene, farne collana o accessorio colorato. Riderne. Sorriderne, anzi. Sguainare un sorriso disarmante davanti a certi sguardi e a certi discorsi. Il sorriso di chi sta bene e non giudica neppure chi non è capace di guardare davvero.
E ora, andiamoci a fare un bel panino và. Integrale. Con una fettina di tacchino...

venerdì 7 febbraio 2014

Sally

Questa, è la MIA canzone.
E cantata da Vasco, non si bestemmi.

http://www.youtube.com/watch?v=1dtNaPRZHkk


Sally cammina per la strada senza nemmeno
guardare per terra
Sally è una donna che non ha più voglia
di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa
ti può crollare addosso
Sally è già stata punita
per ogni sua distrazione o debolezza
per ogni candida carezza
data per non sentire l'amarezza

Senti che fuori piove
senti che bel rumore

Sally cammina per la strada sicura
senza pensare a niente
ormai guarda la gente
con aria indifferente
Sono lontani quei momenti
quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile
e si potevano mangiare anche le fragole
perché la vita è un brivido che vola via
è tutto un equilibrio sopra la follia
sopra follia

Senti che fuori piove
senti che bel rumore

Ma forse Sally è proprio questo il senso, il senso
del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire
alla fine un po' male
Forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa
e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento
con ogni suo turbamento
e come se fosse l'ultimo

Sally cammina per la strada leggera
ormai è sera
si accendono le luci dei lampioni
tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
ed un pensiero le passa per la testa
forse la vita non è stata tutta persa
forse qualcosa s'è salvato
forse davvero non è stato poi tutto sbagliato
forse era giusto così
eheheh
forse ma forse ma si
cosa vuoi che ti dica io
senti che bel rumore


mercoledì 22 gennaio 2014

Impreparato


Penso troppo. E' un problema. Penso prima, durante, dopo tutto. Penso a tutto e al contrario di tutto, penso a come potrebbero andare le cose se, se, se, se tutto. Penso a come andranno, le cose, se, se, se, se tutto. Penso a come vanno le cose e perché. Penso a ciò che fanno le persone, e perché. Penso a ciò che ho fatto io, e perché, e se mai avessi fatto il contrario come sarebbe stato. Soppeso, se fossi maschio potrei anche dire senza indugio che so' peso. Penso troppo, l'ho detto. In tutto questo pensare mi si attorciglia il cervello, mi fermo, non faccio, e poi penso a perché non ho fatto. E' che mi piace trovarmi preparata nelle situazioni, e così penso che pensando, soppesando, elucubrando, arriverò preparata.
E invece no.
La vita ti mette continuamente in situazioni per cui non sei preparato, anzi si può dire che sono di più le situazioni in cui ti trovi impreparato. Quando vieni al mondo, non sei preparato. Non sei preparato per la crescita, gli ormoni, i ragazzi che ti piacciono, le persone che ti attraggono, le cose che scoprirai ti piaceranno. Per le delusioni, non sei preparato. Per l'amore, non sei preparato; quello vero, poi, arriva proprio quando non sei preparato, non te lo aspetti, sei in altre faccende affaccendato. Per la gravidanza, non sei preparata. Per i figli, non sei preparata neppure dopo che li hai e ti sei fatto un po' d'esperienza e sei convinto di capirci ormai qualcosa...allora arriva quel fatto o quella scoperta di loro che ti sorprende, ed è gioia autentica. Per la morte, non sei preparato mai, nè per quella dei tuoi cari, neppure se ti sei a lungo preparato mentalmente a digerire il rospaccio, nè tantomeno per la tua. E dunque, tutto questo mio pensare e prepararmi, a che minghia serve? A niente, lo so.
[Allora penso che non sono preparata, e invece di fare, ancora, scrivo che penso troppo. Here I am.]
Pensavo di avere bisogno di yoga per trovare l'equilibrio. Però è una cosa troppo di testa, mi farebbe pensare ancora di più. Forse ho bisogno di una cura di fare, forse ho bisogno di trovare qualcosa che non mi faccia pensare, pensare e pensare, ma mi costringa a buttarmi in mezzo al momento. Forse ho bisogno di ballare.

giovedì 10 ottobre 2013

Chi mi vuole come vuole


C'è chi mi vuole come vuole
un po' più santo
più criminale
e un po' più nuovo
un po' più uguale
mi vuole come vuole
c'è chi mi vuole per cliente
chi non mi vuole
mai per niente
e c'è chi vuole le mie scuse
che ciò che sono l'ha offeso
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
c'è chi mi vuole più me stesso
e più profondo, più maledetto
e bravo padre e bravo a letto
c'è chi mi vuole perfetto
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada
di un po': te come ti vogliono?
di un po' tu come ti vuoi? tu come ti vuoi?
sono vivo abbastanza
sono vivo abbastanza
per di qua
comunque vada
sempre sulla mia strada


 (Luciano Ligabue, "Sulla mia strada")

lunedì 23 settembre 2013

Palloncino amaro

Un bel palloncino grigio voli via da questa pagina, portando con sé queste amare considerazioni.
Il genitore che non voglio essere:
- per andare a trovare suo figlio aspetta di essere invitato;
- se viene invitato dice che sta bene a casa sua e che altrove si sente a disagio;
- non invita a casa sua suo figlio perché la sua casa non è abbastanza accogliente;
- non chiede mai a suo figlio se ha bisogno di qualcosa;
- non si domanda mai come fa suo figlio a stare solo tutto il giorno con due bambini piccoli, se ha bisogno di aiuto o di compagnia;
- non se la sente di stare coi nipotini.
Infine, e sintetizzando:
- ritiene di non essere fondamentale nella vita del figlio.
Questo è il genitore che ho, e che spero di non essere.
Spero di non usare le mie debolezze e le mie paure come uno scudo verso chi mi ama profondamente, e per cui sarò sempre fondamentale. Spero di non nascondermi dalle dimostrazioni di affetto per paura di mostrare le mie emozioni. Spero di non preferire la solitudine e la televisione alla compagnia di chi amo. Spero di non usare l'inesperienza come un alibi per non fare ciò che è necessario.

sabato 14 settembre 2013

Via, verso.

Via dalle blatte sul marciapiede.
Via dalle cacche di cane, sul marciapiede.
Via dall'asfalto e dagli alberi uno ogni chilometro (quando va bene).
Via dal "e ce t n mbòrt".
Via dal "ce m n futt a mme".
Via dai cassonetti.
Via dai marciapiedi sgarrupati.
Via dalle strade, sgarrupate.
Via dalla giungla di antenne della tv sui terrazzi dei palazzi.
Via dal mare di cristallo.

Via dal terrore.

Verso i coperchi delle case: i tetti con le tegole.
Verso gli alberi, e le strade piene di verde.
Verso le stagioni.
Verso il silenzio.
Verso lo smarrimento di quando al semaforo scatta il verde e non te ne accorgi immediatamente, e nessuno suona il claxon per avvertirti.
Verso i semafori rispettati.
Verso le biciclette.
Verso il parco.
Verso la nebbia, verso il freddo, verso la neve e l'auto ghiacciata, verso la pala.
Verso nuovi sapori, da scoprire.
Verso una nuova intimità.
Verso il sanzvèis.
Verso una solitudine che profuma di libertà.

lunedì 24 giugno 2013

Imparare dal vento


Vorrei imparare dal vento a respirare
dalla pioggia a cadere
dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare
e avere la pazienza delle onde di andare e venire
ricominciare a fluire.

Un aereo passa veloce e io mi fermo a pensare
a tutti quelli che partono, scappano o sono sospesi
per giorni, mesi, anni
in cui ti senti come uno che si è perso
tra obbiettivi ogni volta più grandi...
Succede perché
in un instante tutto il resto
diventa invisibile
privo di senso
e irraggiungibile per me 
succede perché
fingo
che va sempre tutto bene
ma non lo penso
in fondo.

Torneremo ad avere più tempo, e a camminare
per le strade che abbiamo scelto,
che a volte fanno male,
per avere la pazienza delle onde di andare e venire,
e non riesci a capire .

Succede perché
in un instante tutto il resto diventa invisibile,
privo di senso
e irraggiungibile per me,
succede anche se il vento porta tutto via con sé,
vivendo
ricominciare a fluire ricominciare a fluire
ricominciare a fluire
ricominciare a fluire 

(Tiromancino "Imparare dal vento")

venerdì 12 aprile 2013

Anna e il tatuatore


Ma si può, all'età mia, emozionarsi per una ragazzina di fantasia che viene baciata dal ragazzo sbagliato di fantasia per il quale si è presa una cotta colossale di fantasia?

Così scrivevo lunedì, dopo aver visto la puntata di "Un medico in famiglia" di domenica, registrata perché domenica sera ce l'eravamo perso (nziamai!). Mi sono sentita un'idiota per il cuore che mi batteva alla scena in cui Anna Martini, la piccola di famiglia, va a fare una piazzata al ragazzo del quale si è innamorata, che la respinge per proteggerla, e che si conclude con 'sto figo che la rincorre, la ferma e la bacia teneramente e con trasporto. Ho poi scoperto di non essere l'unica imbecille, ma che molte altre donne più o meno coetanee avevano vissuto la mia stessa emozione.

Rimugino da giorni su questo fatto, e rimugina che ti rimugina sono giunta a una conclusione.
Il fatto è che io me lo ricordo benissimo il mio "tatuatore". Vabbè, io di anni ne avevo venti e non diciassette, non ero proprio una bambina ma neppure una donna. Lui...anche lui era alto, era gentile, era affascinante, e soprattutto era quello sbagliato. Sbagliatissimo, per l'esattezza. Io lo sapevo, lui lo sapeva, tutti quelli che mi amavano lo sapevano, ma si sa che contro l'attrazione magnetica non si può andare. Fu una storia intensa, struggente, dal prevedibile quanto previsto finale di M, anzi come dice la mia amica D, una di quelle situazioni che "parte a razzo e finisce a cazzo" che hanno colorato tanti anni della mia adolescenza e giovinezza; questa però ha lasciato il segno come un tatuaggio invisibile a perenne monito di quale sia il tipo d'uomo da rifuggire con tutte le proprie forze a meno che non si voglia continuare a farsi del male invece di vivere felici e contenti con accanto qualcuno che sia l'uomo-per-me-fattoappostapermè.
È che nella vita di tutte noi c'è stato un Emiliano, e non è abbastanza vicino nel tempo da causarci una punta residua di dolore al cuore ma neppure tanto lontano da suscitare distacco e tenerezza per la ragazzina che siamo state. Il ricordo di lui si trova in quel limbo per via del quale non siamo ancora entrate del tutto nella parte della donna adulta (!!) anche se abbiamo dismesso da tempo e con leggerezza i panni della giovincella sgarzilla, dunque ancora è capace di urlare se sollecitato benché schiacciato da tutti i sogni che si sono realizzati e da ciò che abbiamo finalmente ricevuto e conquistato.

Infine, diciamocelo: quanto cappero è figo 'sto ragazzo che hanno preso per la parte di Emiliano?? E quella voce???

giovedì 10 gennaio 2013

Tossica

Nella mia lunga carriera di babbiona ho collezionato un discreto numero di abbagli, che si sono naturalmente tradotti in delusioni, più o meno cocenti.
Non sono un asso nel valutare le persone. Tendo a vedere sempre prima (a volte soltanto) i lati positivi, le cose belle, delle quali mi invaghisco, e sottovaluto quelli negativi. Sottovaluto, sì. Non è che non veda i lati oscuri, solo che li minimizzo, pensando che in ogni persona ci sono luci ed ombre, che non esistono individui perfetti, e che non necessariamente i lati oscuri di una persona mi feriranno direttamente.
Mi sono sbagliata in svariate occasioni, in svariati modi, in svariati momenti.
Poi sono cresciuta. Mi sono chiusa un po'. Mi sono posta dei limiti, dei paletti, proprio perché i miei slanci non fossero nocivi, proprio per riuscire a guardare le persone da una distanza sufficiente a vederle nel complesso. Pensavo, così, di aver finalmente imparato a gestire questi slanci con equilibrio, di aver raggiunto una conoscenza di me stessa sufficientemente profonda da sapermi circondare di persone i cui lati oscuri non potessero farmi troppo male.
E infine, sei arrivata tu. Hai smontato le mie recinzioni, pezzo dopo pezzo, mi hai convinta che non ero io a guardare le persone con occhiali rosa, ma che le delusioni del passato fossero state occasioni sbagliate, abbagli del momento, e che il mio modo di essere fosse meraviglioso ai tuoi occhi, che ci fosse qualcuno che mi sente come una sorella.
Avrei dovuto imparare molto tempo fa che questa parola mi porta sfiga.
Forse avrei dovuto imparare anche che chi ha dimestichezza con le menzogne con ogni probabilità non è un amico fedele, nè affidabile.
Ecco, non voglio essere più la sorella di nessuno. Una cugina, al massimo.
Magari in una vita precedente ho commesso un sorellicidio, e in questa il mio karma è a) di non avere avuto sorelle di sangue, b) di essere ferita da coloro che mi considerano un surrogato di sorella. Devo smetterla con le figlie uniche. Quando faccio amicizia con qualcuno, devo ricordarmi di chiedere: sei figlia unica? Sì? Ok, arrivederci. Sono allergica. E la mia allergia consiste nel sentirmi di nuovo un'adolescente delusa e impreparata di fronte al mondo e ai suoi abitanti, come adesso che, di nuovo, sento di non avere i mezzi per riconoscere il pericolo e l'inganno.
Eppure, sono ostinata. Non voglio cambiare. Mi rifiuto. Voglio continuare a vedere il bello nelle persone, ad apprezzare quanto di buono hanno da dare, anche a costo di sentirmi di nuovo così l'anima bruciare di rabbia e delusione e inganno.
Perché a un certo punto ti ricordi che l'universo delle persone che ami è popolato anche da un altro genere di personaggi. Come lui, conosciuto la stessa sera in cui ho conosciuto mio marito il Duca; erano seduti uno alla mia destra, uno alla mia sinistra, e ancora oggi, dopo più di 10 anni, sono entrambi lì. Come lei, messa sul mio cammino in un luogo magico e legata al mio cuore dal filo più potente, resistente e inossidabile: Gesù Cristo. Loro, lontani in km ma presenti in ogni giorno della mia famiglia. Lei, il Cappellaio Matto, l'altra metà. O lei, la fedeltà, la stabilità, la correttezza. Ancora, lei, l'eterna compagna di vita: hai voglia a chiudere cerchi, voltare pagine, cambiare famiglia e città; siamo sempre insieme. O lei, l'angelo silenzioso: voliamo lontano, nella vita reale, ma le nostre anime non possono separarsi. Lei, sopravvissuta al tempo e ai colpi della lingua, che esiste da così tanto che non ricordiamo neppure più quanto. E sì, lei. Ancora, e sempre, e nonostante tutto. Altro che cugina.
Con nessuno di loro è stato tutto rose e fiori. Hanno i loro difetti, sono fatti a modo loro, qualcuno mi ha ferita, con qualcuno ho sbagliato, di qualcuno non mi sono presa cura quanto avrei dovuto, nel corso del tempo.
Ma non mi hanno mai considerato tossica.
Non mi mentono.
Chiamano le cose col loro nome. Mettono un certo peso nelle parole che gli escono dalla bocca e dal cuore.
Voglio che continui ad esserci sempre posto, nel mio cuore, per persone come loro. Per questo non voglio cambiare. Perché se cambiassi, se diventassi più scaltra e diffidente, queste persone non esisterebbero, nella mia vita. Il prezzo da pagare forse è recapitare qualche (più di qualche) inganno. Ma ne vale la pena.
A tutti voi, che vi siete ritrovati nelle mie parole, grazie.
E a te, che forse hai capito, chiedo scusa. Se ti ho turbata, ferita, offesa. Non era mia intenzione. Ma come un giorno mi hai detto tu, accettami per quello che sono; mi dispiace che tu soffra per colpa mia ma sono fatta così. Non ho segreti, mezze misure, peli sulla lingua, e sono negata in ogni genere di calcolo.

mercoledì 2 gennaio 2013

Il tempo per

Dicono che il tempo sia relativo. Che sia una convenzione.
Sarà.
Intanto, è il padrone delle nostre vite.
Lui decide quali contenuti puoi gestire, e quindi in definitiva ha l'ultima parola sulla qualità della tua vita.
Se, per esempio, devi lavorare X ore al giorno, quelle X ore non sono tue, ma sue; a te rimane il resto, resto nel quale - va da sé - puoi inserire solo cose che in quel segmento ci stanno.
Il padrone del mio tempo è un tiranno. Mi fa vivere in uno stato di continua schiavitù, nel quale l'ora d'aria stordisce e sembra sempre troppo breve e vuota.
Ecco, per questo 2013 mi servirebbe un miracolo: un padrone del tempo più mite, più elastico, più buono. Che mi lasci abbastanza tempo per cose da fare coi bambini, passeggiate nella natura, cose belle e pensieri leggeri. Sono piccole cose ma è tutto ciò di cui ho bisogno.
No, non è vero. Sto mentendo.
Ciò di cui ho bisogno è di avere te accanto, nel fare cose coi bambini, nel passeggiare nella natura, nelle cose belle e nei pensieri leggeri.
Ma le tue catene del tempo sono molto più grosse delle mie, e di acciaio inossidabile.
E io comincio ad avvertirne i segni sulla pelle.

giovedì 29 novembre 2012

E ssì, vabbè!



E ssì, vabbè! (ma sce me ne futt a mmè)
In questa frase è racchiuso lo spirito intrinseco dell'abitante-tipo di Taranto, una capacità di adattamento alle situazioni che sfiora l'indolenza e che si traduce in definitiva nell'accettare passivamente ogni evento come caduto dall'alto e nei confronti del quale non si possiede alcun potere.
Come spiegare, altrimenti, l'interpretazione serpeggiante di tutti gli aspetti della faccenda Ilva? Delle malattie, sono responsabili quanti si preoccupano di dove andranno a mangiare i figli di 20000 famiglie se la fabbrica chiude. Della disgrazia di chi perde il lavoro, sono responsabili gli ambientalisti che urlano al disastro ambientale. Del disastro ambientale, i politici, tutti. Infine, del tornado, la giustizia divina. La giustizia divina. Giustizia divina che si abbatte sopra un operaio di 23 anni che lavora come ogni giorno in una cabina a 27 metri di altezza di spalle al mare? Sopra il vigilante che viene trascinato per metri dalla tromba d'aria che gli strappa di dosso la divisa? Si potrebbe continuare per ciascuno dei 28 feriti. Senza rendersi conto di che cosa sarebbe potuto succedere,  invece. Che abbiamo sfiorato l'Incidente Rilevante, che avrebbe oltrepassato i confini dello stabilimento con conseguenze imprevedibili. Che se i 70 operai che dopo meno di mezz'ora sarebbero stati nella mensa scoperchiata dalla bufera, oggi forse di vittime ne conteremmo parecchie di più.
Il cielo è azzurro, oggi, su una Taranto scossa, stravolta, sconvolta dalle immagini, presa a schiaffi nella sua indolenza dalla dura realtà. Realtà che dice che l'Ilva non vive di vita propria, un mostro che sputa veleni da solo: è un microcosmo popolato di persone, tante, tantissime persone, più dell'intera popolazione di Sava, per capirci. Che tutto ciò che riguarda il mostro riguarda l'intero territorio non soltanto in termini ambientali ma in termini di famiglie, di individui, di CRISTIANI.
Non posso accettare che questo fatto centrale sia all'ultimo posto delle preoccupazioni di chi ha in mano il destino della fabbrica. La persona umana che di Ilva vive (e muore!) deve essere il punto nodale della questione. Sarebbe ovvio aspettarsi che al vertice di oggi pomeriggio sia questa, la pietra del contendere principale. Ma tutto dice il contrario. Tutto dice che quel maledetto Riva Jr che si favoleggia riposare le sue eleganti chiappe su una spiaggia di Miami, potrà tornare e continuare a usare tutti noi per il proprio profitto, sul quale però è purtroppo fondata una buona parte della "ricchezza" di questa nazione, che disgraziatamente fa parte di un mondo occidentale che sull'idea del profitto e del guadagno comunemente cammuffata sotto il termine (orribile e puzzolente, per me) di capitalismo vive e vuole continuare a vivere.
Da tutte queste amare riflessioni scaturiscono molte, moltissime domande, alcune personali:
a) domenica c'è il ballottaggio delle primarie di centrosinistra: di chi fidarsi, da tarantino in questa situazione?
b) che cosa succederà alla nostra città nel prossimo futuro? Continueremo ad ammalarci e a cadere come mosche, o avremo migliaia di persone allo sbando senza arte nè parte che non sanno dove andare a sbattere la testa?
c) è davvero qui, così, che voglio far crescere i miei figli? La grande domanda, dalla quale discendono tutte le altre:
- Prendiamo baracca e burattini e andiamo a fare la fame altrove, da soli, mollando padre, madre, famiglia, amici, sicurezza lavorativa, progetti per il futuro?
- Restiamo invece qui, ci spostiamo di pochi km, lontano dal mostro e dalle radici, e perdiamo l'occasione di offrire un avvenire più ricco di opportunità alle prossime generazioni della nostra famiglia?
- Infine: che maledetto accidenti ci andiamo a fare, a tentare il concorso farsa, fra venti giorni, trascorrendo queste settimane a sentirci stupidi e incapaci alle prese con esercitazioni impossibili facendoci umiliare da un Ministero sordo e ottuso? Per avere un contratto a tempo indeterminato QUI, per un lavoro che fatto nelle condizioni in cui si fa qui, assomiglia a un martirio?
Sarà difficile, per le persone di Taranto della mia generazione, decorare la casa per Natale, quest'anno. Natale è un periodo importante, per Taranto. Abitudini e riti collettivi, perpetrati volontariamente nelle case, che rinfocolano il senso di appartenenza e di amore per questa città immobile, apparentemente protetta ma prigioniera di un muro di carparo che la abbraccia togliendole l'aria, che rende il tarantino un nostalgico, indolente animale stanziale che vive il calendario sulle scadenze condivise, come Santa Cecilia, come Pasqua, come il periodo fra l'8 dicembre e l'8 gennaio, in cui ama sciuca' a l cart / ama mangia' l pett'l / n'ama vde' cu l'amisc ca iavtn in altitalje.
Eppure già me lo immagino, il tarantino. Dategli qualche altro giorno di sole e prenderà il firone, si preparerà alle solite nottate intorno alla tavola, comprerà le nocelline e si ritroverà a parlare come sempre del mostro, perché fa parte di lui, di noi, perché, in fondo, il tarantino è allergico alla rivoluzione.

mercoledì 3 ottobre 2012

Brutta razza


Le Femmine sono una brutta razza.
C'è l'Elemosinante, quella che si innamora sempre dell'uomo sbagliato, che perde la testa per chiunque le dimostri attenzione. C'è l'Indecisa, quella che nelle grandi occasioni ha il fidanzato in prima fila e l'innamorato nel corridoio. C'è la Solitaria, quella che trascina le storie fino allo sfinimento per portarle alla distruzione. C'è la Fidanzata, quella che lotta disperatamente per tenere in piedi una storia a qualunque costo, anche quello dell'insoddisfazione, purché duri. C'è la Troia, quella che non ha pregiudizi e segue sempre il proprio interesse. C'è la Santa, quella che tiene la coscienza imbavagliata dietro una maschera di virtù.
La Femmina ha sempre ragione, e si circonda di amiche che l'assecondano e la giustificano e uomini che la idolatrano ciecamente. Ma di lei non ti puoi fidare: se non la coccoli, non la blandisci, non la eviti, non le menti, non la tieni d'occhio, la sua coda di scorpione ti avvelenerà. 
E poi ci sono le Donne. Quelle che non sono capaci. Quelle che pagano i loro conti, profumatamente. Quelle che si mettono in cima allo scoglio quando c'è la tempesta. Quelle che accettano le conseguenze. Quelle che nello specchio dell'anima riescono a vedersi chiaramente. Quelle che sanno parlare e star zitte, e sanno esattamente quando fare l'una o l'altra cosa. Quelle che cantano, anche se sono stonate. Quelle che sanno vedere il bello nelle cose e nelle persone. Quelle che conoscono il valore delle piccole cose.
Non si augura a nessuno una Femmina per amica.
Ma delle donne, quelle vere, ti puoi fidare. Saranno sincere, nel  bene e nel male. Saranno vere, col sole e con la pioggia. Saranno presenti, nel silenzio e nel frastuono. Saranno oneste, anche nell'occasione che fa l'uomo ladro. Saranno pure. Saranno stabili. Saranno coraggiose. Saranno delle Vere Amiche.

Questo post è dedicato a tutte le donne che ho incontrato lungo il cammino, e in particolare alle mie Amiche: vi sarete sicuramente riconosciute. Ogni altro riferimento a fatti e persone realmente esistenti è assolutamente voluto, senza offesa, e con affetto.

giovedì 13 settembre 2012

Belli capelli

http://www.thenewwriters.com/2011/07/29/dream-weaving-words-of-light

Questa mattina molto presto ho sognato, uno di quei sogni confusi, pieni di salti spazio-temporali, catartici, che ogni tanto vengono a mettere ordine nel mio io emotivo.
Ebbene, ho sognato di assistere, invisibile, alla festa di compleanno dell'amica mamma per antonomasia, la vittima delle mie mille domande da neomamma; una festa che molto probabilmente non c'è neppure stata, in una casa che non è la sua casa, ma che mi rendo conto fosse il mix di alcune case legate a ricordi dolorosi. E so quale di quei ricordi dolorosi è stato risvegliato ieri da un foto che non vedevo da tempo, amplificato da una situazione dolorosa di oggi che non vivo come vorrei e dovrei. Dunque. A questa festa non ero stata invitata, non sapevo neppure che ci fosse/sarebbe stata, e assistevo come guardando un album di foto in movimento, allo stesso tempo contenta per la mia amica e per i partecipanti ma delusa e un po' ferita dal non essere un partecipante io stessa. Anche questo mi spiego facilmente in termini di mia mancata partecipazione, non del tutto voluta. Se bene quale recondita giustificazione mi sono data, e a quale senso di colpa ho messo inconsciamente una pezza, insomma perché mi sono punita con questa scenetta.
Ma ciò che è importante davvero nel sogno è la scena successiva. Seguendo la sensazione di intima ferita la mia mente ha trasformato lo scenario, e mi ha trasportata nella stanza dove le mie intime ferite sono state a lungo curate, dove le mie piccole e grandi debolezze hanno a lungo trovato rifugio, e nella stanza c'era lei. Bellissima, giovane, avrà avuto la mia età, coi capelli neri non troppo lunghi, folti, meravigliosi come prima,  prima di tutto, senza occhiali, con gli occhi di Davide, col pezzo di sopra di un costume e un paio di pantaloncini, le gambe a posto, leggeva tranquilla, stesa sul letto, in perfetta salute. Come tutte le volte che viene a farmi visita, mi blocco quando la vedo là, nella sua stanza, al suo posto che non è più il suo posto ma che sempre lo sarà, indecisa fra il "non è possibile, è inutile, fattene una ragione, questo non è reale" e il "goditela finché puoi", poi con un gesto, un cenno degli occhi, un guizzo indefinito, lei mi invita a lasciarmi andare, ad abbracciarla, a ghermirla, a stringerla forte da farle male, e a distruggermi di pianto stretta a lei come mai più potrò fare. E questo faccio, finché dopo poco, troppo poco, sempre troppo poco, non mi sveglio avvolta da quella sensazione di amore assoluto, incontenibile e straziante che prova una madre per il figlio e che non ho potuto dirle di aver finalmente compreso e sentito, mista a quel legame ancestrale e inattaccabile di un figlio per la madre che mi sconvolge se penso che è questo che i miei bimbi provano per me.
So che era lei. Era lei. Non era del tutto frutto della mia mente. Ma in parte sì. In parte ero anche  io. Era la visualizzazione di quella parte di me che sento dovrebbe esserci, quella parte precisa ordinata che lei ha sempre cercato di tirar fuori e alla quale mi sono sempre ribellata e in qualche modo mi ribello pure adesso, venuta fuori sotto forma di senso di colpa cosciente in un discorso fatto ieri e che sento di dover potenziare in questo inverno prima del volo lontano che farò a maggio, il primo vero lungo volo lontano da quando lei non c'è più.

giovedì 19 luglio 2012

Tracce (sesto piano a sinistra)

 

There's no need to argue anymore
I gave all I could but it left me so sore
And the thing that makes me mad
Is the one thing that I had
I knew, I knew, I'd lose you

You'll always be special to me, special to me, to me

And I remember all the things we once shared
Watching tv movies on the living room armchair
But to say it will work out fine was it all a waste of time
'Cause I knew, I knew, I'd lose you

You'll always be special to me, special to me, to me.

Will I forget in time? You said I was on your mind
There's no  need to argue, no need to argue any more...

Proprio in questo modo ci siamo salutate. Lo sai tu, e lo so io. Sapevamo che ci saremmo separate. Ma non eravamo pronte. Ci siamo dovute preparare in fretta, e come avevamo fatto molte volte, abbiamo ingoiato il rospo, amarissimo.
Ieri sono stata a casa tua. Sì: tua. Non è mia, non è sua: era, è, e sempre resterà casa tua. Sarà perché molto è rimasto com'era, che ancora posso ritrovare brandelli del tuo ordine, qua e là, che ancora posso respirare l'odore di casa e di te nei cassetti. Sarà perché tu amavi quella casa, era il tuo regno inviolabile nel quale eri pronta ad accogliere ma che era il nido del "nucleo familiare" come lo chiamavi tu: di noi tre, ma molto più spesso - quasi sempre - di noi due.
Non so come ho fatto a vivere ancora cinque anni lì dopo che tu sei andata via.
Adesso vivo altrove, ho un nido tutto mio, dove non ci sono tracce visibili di te. Non ce n'è bisogno. Le tue tracce sono dentro di me, nella mia persona, nel modo di vivere della mia famiglia. Le occasioni per consultarti sono sempre tante, e ogni volta penso di prendere il telefono in mano per farlo, come sempre. Il più delle volte mi fermo e mi ricordo che non posso, ma riesco a trovare la tua risposta comunque. Chissà se sei davvero tu, che dalla stanza accanto riesci a sussurrarmela. Qualche volta capita invece che mi sale la rabbia per non poter fare quella telefonata, per non averti qua, e la nostalgia di come sarebbe stato oggi se tu ci fossi stata, come avresti guardato i bambini, come avremmo riorganizzato le nostre vite ancora una volta. La rabbia, non del fatto che tu non possa vedere i bambini, perché credo - mi piace farlo - che tu li veda comunque: la rabbia di non poter vedere io l'espressione sul tuo viso, di non poter sentire io i tuoi consigli, la rabbia - sì- del non potermi più incazzare con te.
Da questa nostalgia non guarirò mai. Non smetterò mai di sentire la tua mancanza. E mi sembra folle pensare che i miei figli provino questo per me, questo struggimento, questo attaccamento, questa necessità di avermi nella loro vita. Una sensazione meravigliosa e terribile, sconvolgente e disarmante, che mi stordisce.

lunedì 2 luglio 2012

Ancora sul Patronus

Il Patronus ieri è venuto a trovarmi spontaneamente, e mi ha fatto notare che le cose belle che sono state in mezzo alle cose brutte del mio percorso non sono state meno belle perché sono accadute in mezzo alle cose brutte.
Le cose belle sono belle, e basta.
Rinunciarvi per paura che siano accompagnate da catastrofi è un controsenso. Sono le cose belle che ci fanno restare aggrappati al ricordo di quanti ci hanno lasciato, che rendono la vita degna di essere vissuta, e alla fine importa poco quanto durerà: l'importante è che cosa mettere dentro il tempo che abbiamo. E io ci voglio mettere dentro tante cose belle.
Eh, sì: il mio Patronus è proprio una farfalla.
E comincio a pensare che somigli sempre di più a quello di Harry. La farfalla è libera dentro nonostante tutte le sue limitazioni e la sua delicatezza, la farfalla fa sorridere le persone, il suo passaggio non lascia indifferenti. Mi ricorda qualcuno.

lunedì 25 giugno 2012

Amico Albert


"Imagination is more important than knowledge. For knowledge is limited to all we now know and understand, while imagination embraces the entire world, and all there ever will be to know and understand" (Albert Einstein).
E che mi dici, amico Albert, di quando vuoi tradurre l'immaginazione in realtà? Nessun aforisma illuminante, su questo?

Perché nell'immaginazione il prototipo di madre sotto il quale voglio essere classificata è:
a) una donna. Non un semplice mammifero di sesso femminile con biancheria da ospedale/antistupro, pigiami di pile, vestaglia a portata di mano, capello trascurato e scarpa bassa qualunque. Una donna. Femminile, curata, che si vuol bene e si prende cura del proprio aspetto. Non solo perché questo voglio essere, ma anche - e soprattutto - perché i miei piccoli devono imparare che prendersi cura di sè è già volersi bene, e che le persone sciatte non piacciono a nessuno.
b) una lavoratrice. Una che esce di casa al mattino e svolge attività fuori casa, più o meno soddisfacenti. E non solo perché se non lavoro anche io il Duca prima o poi schiatta, e perché se non lavoro Belfagor si fa grandissime beffe del mio mind bug, ma anche - e soprattutto- perché i miei piccoli devono imparare il valore del lavoro e dei soldi faticati.
c) una cuoca. Una che quando i piccoli e gli amichetti dei piccoli, gli amici, i familiari più disparati, mangiano alla sua tavola sono felici e soddisfatti.
d) una rezdora. Una che la sera prima di andare a letto mette tutto a posto, che se i ladri arrivano di notte non pensano "ah di qua ci sono già passati", che dopo pranzo non crolla sul divano persa dentro una puntata di Bones ma rassetta, lava i piatti e rimette in ordine il nido. E non solo...maancheesoprattutto l'hogiàdettooo? Perché i piccoli devono vivere nell'atmosfera in cui "a ogni giorno basta il suo affanno", che quando si va a nanna si chiude la giornata, che domani è un altro giorno che non si porta dietro gli strascichi del precedente.

Nella realtà, invece:
1) mentre scrivo sono le 14:08, e io sono ancora in camicia da notte, con l'ascella radioattiva e i piedi neri. Le vere donne la mattina si lavano, si cambiano, e camminano con le ciabatte, preferibilmente corredate di tacchetto e pelo.
2) la mia casa al mattino è quasi sempre un campo di battaglia, i piatti li lavo sempre la mattina, e se facessero ancora Bones lo preferirei a ogni altra attività.
3) il pranzo di oggi consiste in alcune fette di pane cucinato dalla Zia B con sopra due dita di Philadelphia.
4) domani parto. due giorni senza bambini. solo 30 misere ore, in un posto che amo, con l'amica speciale. eppure non riesco a sentire il meraviglioso sapore della libertà e dell'essere una specie di donna lavoratrice come nella mia immaginazione. Sento solo che è impossibile, non ce la posso fare. Non voglio non voglio non voglio stare così tanto tempo senza di loro.

Un sonoro vaffa all'immaginazione.

lunedì 11 giugno 2012

Alea iacta est

Il dado è tratto.
Volo prenotato, stanza fermata.
Due notti senza bambini, e senza marito.
Però, con la Zia Madrina, il Saggio e forse anche (addirittura) la Fata Madrina. Come Thelma, Louise e Graziella, con nella parte di Brad Pitt il figo nato grande che non sa di essere figo, e che ai miei occhi resterà sempre un piccolo biondo col viso tondo, gli occhialetti e l'animo da guru onnisciente.
Insomma è la prima volta che vado via da casa senza G e soprattutto senza D. Senza D. Impossibile.
Eppure, devo. Devo per me stessa, ma anche per loro. Se questa è la vita che spero di fare, devo pur cominciare da qualche parte ad assaporarne i risvolti pratici e scomodi. Perciò, almeno ho la fortuna di farlo la prima volta per andare in un posto che sento profondamente mio, e in compagnia di persone per me speciali all'ennesima potenza, seconde solo a figli e marito.
Ecco, forse se non ci fossero loro con me, anzi se non ci fosse LEI, con me...ecco forse l'aereo non lo prenderei.
E ora, espletato il rituale purificatorio, posso passare alle cose serie. Il power point.

sabato 9 giugno 2012

Di dissennatori, incanti patronus e altre metafore


Scopro, crisi dopo crisi, le molte ragioni che mi hanno fatto appassionare alla storia di Harry Potter. Chi ha amato questo personaggio, le sue vicissitudini e l'ambiente in cui si svolgono comprende certamente come sia quasi ridicolo pensare che si tratti di pura fantasia e di letteratura, tanta è la partecipazione con cui ciascuno ha vissuto la saga.
Scopro, per esempio, che cosa mi sussurrano all'orecchio i Dissennatori quando ogni tanto riescono a baciarmi, e solo la strenua ricerca di un Patronus efficace da evocare riesce a scacciarli prima che annebbino definitivamente la mia coscienza e rovinino così, davvero, la mia vita, per sempre e non solo per quelle ore in cui il loro discorso vaga nella mia anima. Mi avvertono di fare attenzione ai momenti felici, perché dietro l'angolo è in agguato qualche terribile evento: non ricordi, piccola, tutte le volte che è successo? La tua esistenza è stata sempre costellata di episodi del genere. Non te li ricordi? Eccoli qui. Avevi solo tre anni e mezzo...E poi quanti? Otto? E poi nove? Dieci? Undici? Quattordici? Diciassette? Già. E poi, il meglio: venti. Ventuno. Ventiquattro, venticinque e VENTISEIIIII. Ah, già, dimenticavo: ventinove!!! Tutte le volte in cui prendi fiato qualcosa di inimmaginabilmente tragico accade. Dunque, se ora sei felice, serena, stabile: sta' in guardia! Sta' attenta! Chi ami potrebbe ammalarsi e lasciarti per sempre, un incidente portebbe portarti via il tuo amore, i tuoi piccoli sono troppo belli, bravi, perfetti perché tutto ciò duri. Non avrai mai una vita serena, tranquilla, non avrai. mai. PACE.
A questo punto dal fondo dell'anima prende forma una figura argentea, filiforme: il mio Patronus.


Non è un rapace, come pensavo. Non è un felino. Non viene dal passato, come quello di Harry, non arriva da mia madre. Arriva da me. Dal meglio di me, come quello di Hermione.
Deve per forza di cose essere una farfalla.
Leggera. Colorata. Spensierata. Innocua. Vive alla giornata. Non le importa la longevità, non se ne cura. Vola. L'esatto contrario del discorso dei Dissennatori. Dopotutto, per insegnare agli allievi ad evocare il patronus si fa esercizio col Molliccio, e il Patronus è ciò che sconfigge e smaschera il Molliccio.
Il mio primo Patronus efficace infatti nasce da un bozzolo. "Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla" (Lao Tze? Era scritto sulla mia maglietta preferita di mio fratello Eskimo). Tutto ciò che è potuto accadere nel bozzolo non conta.
Sulle ali del Patronus farfalla riesco a ricordare ciò che è successo negli intervalli fra gli eventi tragici, ricordare quanta, quanta vita bellissima è passata nelle maglie del tempo, quante persone meravigliose, quante piccole cose preziose, e quanto amore. Ha ragione Gramellini: NONOSTANTE. Nonostante. Nonostante. Nonostante. Nonostante, tutto.


lunedì 28 maggio 2012

Spirito libero


Ieri ho salutato definitivamente i miei fantasmi. O meglio, come li ha definiti qualcuno, le anime dei miei antenati che dimorano lì. Ho parlato loro, li ho ringraziati per avermi protetta e benedetta negli anni in cui ho dormito sotto il loro tetto, li ho salutati e ho chiesto loro di continuare a proteggere e benedire coloro che dimoreranno là d'ora in poi.
Non è stato indolore, ma è stato giusto.
Proprio loro mi hanno insegnato che uscire dagli schemi consueti, abbandonare la strada conosciuta e già tanto percorsa, può essere un bene. Che per spiccare il volo bisogna lasciare il nido, sollevare i piedi da terra e librarsi nel cielo.
Queste sono le prime bracciate nell'aria della giovane famiglia che è solo mia, i primi attimi di volo libero che compio, senza rete, sicura e convinta che questo sia il mio posto: l'aria.