giovedì 13 dicembre 2012

...e nove,



...e nove. Virgola. L'elenco non è finito, purtroppo, e andrà sempre avanti, apparentemente.

E così, domani saranno trascorsi nove anni da quel giorno che ha stravolto me e il (mio) mondo.

Se ci penso, sento ancora una fitta nello stomaco, al ricordo di me su quella terrazza insieme al Duca e di te là dentro che lottavi ancora, e ancora, non ti rassegnavi a lasciarmi. Allora non potevo comprenderlo bene come ora, quello che provavi, che hai provato da quando ci sono stata io con te. Sarà questo il motivo per il quale domani non potrà essere un giorno di lutto, per il quale non avrò l'umore nero che ci si aspetterebbe per questa ricorrenza, ma farò quello che mi sono impegnata a fare, e sono certa che non sia una coincidenza che questo impegno capiti proprio quel giorno, e non -per esempio- una settimana dopo come per tutti gli altri asili. Il giorno in cui dovrei ricordare la cosa tremenda che ci è successa, il separarci davvero e per sempre, festeggerò a modo mio il fatto che da quando c'è lui, G, e poi lui, D, ti sento più vicina di quanto ti abbia mai sentita vicina ogni singolo giorno che ci ha viste insieme nella vita terrena. Ogni giorno ti vivo, ti penso, ti cerco nei miei ricordi, e ti trovo nel mio cuore. Non te ne sei mai andata. Ci sei nel mio essere madre, perché, che questa figura sia presente fisicamente o meno, quando diventi madre è lei che ripeti, nel bene e nel male. E se da figlia ti ho tanto combattuta, adorandoti, da madre penso che tu sia stata una grande, grandissima madre. Ho tutto da imparare da te, e ce l'ho perché in quel tempo in cui ti ho avuta, tu non ti sei mai risparmiata. MAI. Mi hai lasciato un bagaglio di meraviglia, e di ricordi, ma soprattutto una riserva di amore, sparso in quelli che mi hai suggerito di tenere accanto e dentro di me, che difficilmente si esaurirà.
Per questo, oggi, non piango di tristezza, di dolore o di autocompassione, ma di amore colmo di gratitudine.
Ed è con questo spirito che domani parteciperò insieme alle altre mamme alla preparazione dell'asilo per la festina di Natale di sabato.
Perché non ho bisogno di telefonarti per sapere che cosa avresti detto di questa mia iniziativa: lo so. E rido al pensiero che tu non hai mai fatto queste cose, che non riproduco i tuoi comportamenti e le tue scelte, ma continuo a percorrere la mia strada, sulla quale tu mi hai guidata, nella libertà.

Ciao, ma'.

sabato 1 dicembre 2012

Sale della terra



In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà render salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte,  né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. [Mt 5, 13-15]

Sale della terra, luce del mondo sono quelle persone come l'amica S.C., che da mercoledì al mattino si alza, si veste, sistema casa, bacia il marito e va a Statte ad aiutare dei perfetti sconosciuti in difficoltà, senz'altra ricompensa che la fatica e la sensazione di aver obbedito al proprio cuore e alla propria coscienza; come l'amico C.P. , che dopo aver rischiato di farsi molto male durante la bufera ieri è andato al lavoro, e dopo che l'azienda, in segno di lutto per l'operaio che ha perso la vita nella buriana, aveva detto a tutti di andare a casa per un giorno di ferie "regalato" invece di andarsene per i fatti suoi, dalla sua famiglia, insieme ai suoi colleghi ha preso la macchina ed è andato a dare una mano anche lui, perché così ha detto loro il cuore.
Finché persone come queste continueranno ad obbedire al proprio cuore, la terra avrà sapore, il mondo avrà luce, e ci sarà ancora spazio per la speranza.

giovedì 29 novembre 2012

E ssì, vabbè!



E ssì, vabbè! (ma sce me ne futt a mmè)
In questa frase è racchiuso lo spirito intrinseco dell'abitante-tipo di Taranto, una capacità di adattamento alle situazioni che sfiora l'indolenza e che si traduce in definitiva nell'accettare passivamente ogni evento come caduto dall'alto e nei confronti del quale non si possiede alcun potere.
Come spiegare, altrimenti, l'interpretazione serpeggiante di tutti gli aspetti della faccenda Ilva? Delle malattie, sono responsabili quanti si preoccupano di dove andranno a mangiare i figli di 20000 famiglie se la fabbrica chiude. Della disgrazia di chi perde il lavoro, sono responsabili gli ambientalisti che urlano al disastro ambientale. Del disastro ambientale, i politici, tutti. Infine, del tornado, la giustizia divina. La giustizia divina. Giustizia divina che si abbatte sopra un operaio di 23 anni che lavora come ogni giorno in una cabina a 27 metri di altezza di spalle al mare? Sopra il vigilante che viene trascinato per metri dalla tromba d'aria che gli strappa di dosso la divisa? Si potrebbe continuare per ciascuno dei 28 feriti. Senza rendersi conto di che cosa sarebbe potuto succedere,  invece. Che abbiamo sfiorato l'Incidente Rilevante, che avrebbe oltrepassato i confini dello stabilimento con conseguenze imprevedibili. Che se i 70 operai che dopo meno di mezz'ora sarebbero stati nella mensa scoperchiata dalla bufera, oggi forse di vittime ne conteremmo parecchie di più.
Il cielo è azzurro, oggi, su una Taranto scossa, stravolta, sconvolta dalle immagini, presa a schiaffi nella sua indolenza dalla dura realtà. Realtà che dice che l'Ilva non vive di vita propria, un mostro che sputa veleni da solo: è un microcosmo popolato di persone, tante, tantissime persone, più dell'intera popolazione di Sava, per capirci. Che tutto ciò che riguarda il mostro riguarda l'intero territorio non soltanto in termini ambientali ma in termini di famiglie, di individui, di CRISTIANI.
Non posso accettare che questo fatto centrale sia all'ultimo posto delle preoccupazioni di chi ha in mano il destino della fabbrica. La persona umana che di Ilva vive (e muore!) deve essere il punto nodale della questione. Sarebbe ovvio aspettarsi che al vertice di oggi pomeriggio sia questa, la pietra del contendere principale. Ma tutto dice il contrario. Tutto dice che quel maledetto Riva Jr che si favoleggia riposare le sue eleganti chiappe su una spiaggia di Miami, potrà tornare e continuare a usare tutti noi per il proprio profitto, sul quale però è purtroppo fondata una buona parte della "ricchezza" di questa nazione, che disgraziatamente fa parte di un mondo occidentale che sull'idea del profitto e del guadagno comunemente cammuffata sotto il termine (orribile e puzzolente, per me) di capitalismo vive e vuole continuare a vivere.
Da tutte queste amare riflessioni scaturiscono molte, moltissime domande, alcune personali:
a) domenica c'è il ballottaggio delle primarie di centrosinistra: di chi fidarsi, da tarantino in questa situazione?
b) che cosa succederà alla nostra città nel prossimo futuro? Continueremo ad ammalarci e a cadere come mosche, o avremo migliaia di persone allo sbando senza arte nè parte che non sanno dove andare a sbattere la testa?
c) è davvero qui, così, che voglio far crescere i miei figli? La grande domanda, dalla quale discendono tutte le altre:
- Prendiamo baracca e burattini e andiamo a fare la fame altrove, da soli, mollando padre, madre, famiglia, amici, sicurezza lavorativa, progetti per il futuro?
- Restiamo invece qui, ci spostiamo di pochi km, lontano dal mostro e dalle radici, e perdiamo l'occasione di offrire un avvenire più ricco di opportunità alle prossime generazioni della nostra famiglia?
- Infine: che maledetto accidenti ci andiamo a fare, a tentare il concorso farsa, fra venti giorni, trascorrendo queste settimane a sentirci stupidi e incapaci alle prese con esercitazioni impossibili facendoci umiliare da un Ministero sordo e ottuso? Per avere un contratto a tempo indeterminato QUI, per un lavoro che fatto nelle condizioni in cui si fa qui, assomiglia a un martirio?
Sarà difficile, per le persone di Taranto della mia generazione, decorare la casa per Natale, quest'anno. Natale è un periodo importante, per Taranto. Abitudini e riti collettivi, perpetrati volontariamente nelle case, che rinfocolano il senso di appartenenza e di amore per questa città immobile, apparentemente protetta ma prigioniera di un muro di carparo che la abbraccia togliendole l'aria, che rende il tarantino un nostalgico, indolente animale stanziale che vive il calendario sulle scadenze condivise, come Santa Cecilia, come Pasqua, come il periodo fra l'8 dicembre e l'8 gennaio, in cui ama sciuca' a l cart / ama mangia' l pett'l / n'ama vde' cu l'amisc ca iavtn in altitalje.
Eppure già me lo immagino, il tarantino. Dategli qualche altro giorno di sole e prenderà il firone, si preparerà alle solite nottate intorno alla tavola, comprerà le nocelline e si ritroverà a parlare come sempre del mostro, perché fa parte di lui, di noi, perché, in fondo, il tarantino è allergico alla rivoluzione.

lunedì 29 ottobre 2012

Ah, se avessi previsto tutto questo

Bisogna riflettere su alcune caratteristiche peculiari dell'epoca in cui viviamo e pensare ai problemi che cominciano a porsi come decisivi per i prossimi due decenni fino e oltre il duemila; nel periodo cioè in cui vivranno e raggiungeranno la maturità i giovani di oggi. A questa soglia dello sviluppo storico si presentano probleni non solo del tutto nuovi, cosa che è accaduta in varie epoche del cammino dell'umanità, ma di portata tale da generare possibilità e pericoli straordinari e sin qui impensati e impensabili.Dobbiamo innanzitutto al progresso continuo delle scienze sperimentali le possibilità davvero inaudite e straordinarie che si aprono per migliorare la vita del genere umano.
La nuova tappa della rivoluzione scientifica e tecnologica
La nuova tappa della rivoluzione scientifica e tecnologica è sotto i nostri occhi, fa già parte delle nostre esistenze e per i giovani di oggi costituisce, ormai, quasi una condizione naturale e scontata. Ma proprio perciò occorre riflettere bene intorno alle occasioni offerte dalla scienza per non smarrirne il significato e la portata, per cogliere bene quali prospettive positive possono essere aperte e quanto gravi siano, di contro, le limitazioni, le contraddizioni, i rischi generati dai vincoli sociali e politici e da un uso distorto delle scienze e delle tecniche. Mai come oggi la conoscenza della costituzione della materia inanimata e vivente è giunta sino ad individuare molti dei meccanismi più remoti del mondo fisico, dei processi chimici, degli svolgimenti biologici. La ricerca pura ha aperto il campo a progressi e a veri e propri salti di qualità nelle applicazioni tecnico-pratiche. Emergono sopra ogni altra, in questi anni, le possibilità offerte dalla elettronica - e poi dalla microelettronica - nel campo delle comunicazioni, delle informazioni, dell'organizzazione del lavoro nella fabbrica e nell'ufficio e nel campo stesso della vita individuale e della vita associata.
Nuove risorse d'energia sono state scoperte ed esse sono tali da poter annullare nel futuro l'incubo della fine delle risorse non riproducibili. Sono stati inventati modi nuovi di trarre energia da risorse riprodotte, a cominciare dall'energia solare.
Anche la disponibilità di altre materie prime e di alimenti può trovare nuove possibilità in ricerche in atto e in altre che potrebbero essere avviate per utilizzare pienamente e razionalmente le risorse del suolo, del sottosuolo, dei mari e degli spazi.
E' pienamente vero quello che è stato detto nella relazione di Fumagalli, e cioè che, vi sarebbero le condizioni, dal punto di vista delle conoscenze scientifiche e tecniche, per iniziare a passare dal regno della necessità a quello della libertà. Se volessimo davvero fare una gara sui temi di chi abbia avuto storicamente ragione, dovremmo dire che la storia ha dato proprio ragione a chi ha tenuto fede alla speranza indicata dal Manifesto dei comunisti, alla speranza - cioè - che avrebbe potuto venire un tempo in cui sarebbe stato possibile all'uomo di dominare la natura e «l'azione propria dell'uomo» invece di essere da questa sovrastato e soggiogato (Marx).
Ma non vi è soltanto il progresso tecnico-scientifico.
La storia di questo secolo
Se noi volgiamo lo sguardo alla storia di questo secolo - che conclude il secondo millennio della forma di incivilimento cui apparteniamo - scorgiamo straordinari progressi nella coscienza dei popoli e delle persone umane che li compongono. Vi è stato, innanzitutto, un risveglio da forme di soggezione secolare, di esclusione, di avvilimento della parte più grande del genere umano. Pensiamo a quello che era all'inizio del secolo la condizione dell'Asia, dell'Africa, dell'America Latina ma anche di tanta parte del proletariato e dei lavoratori nell'Europa e nell'America settentrionale, per avere l'idea del rivolgimento radicale che si è venuto attuando. Un rivolgimento peraltro, che non è stato il portato meccanico delle trasformazioni scientifiche e tecnologiche. Queste trasformazioni hanno generato condizioni nuove, ma vi sono state guerre, ci sono volute rivoluzioni, lotte, sofferenze e sacrifici inauditi per arrivare là dove siamo arrivati.
Il processo di liberazione dei popoli si è fondato sopra il risveglio delle coscienze individuali di centinaia di milioni, di miliardi di uomini. La partecipazione alla lotta non solo accende gli animi, ma li dispone alla conoscenza, rendendoli protagonisti attivi di un processo di mutazione. Non per caso la volontà dei conservatori e dei reazionari di ogni latitudine e di ogni stampo, è innanzitutto quella di tenere, o di rendere, passivi e conformisti le donne e gli uomini, ma innanzitutto le giovani generazioni.
Insieme alle conoscenze generate dalla presenza nel generale moto di innovazione e di lotta, a determinare una modificazione delle coscienze, non mai così estesa e così rapida, è venuto uno straordinario aumento della informazione che, pur dando vita anche a forme nuove e più sofisticate di manipolazione delle coscienze, ha spezzato isolamenti e chiusure talora antichissime e ha determinato per la prima volta nella storia del mondo un autentica contemporaneità degli eventi.
Ridiscussi i ruoli dell'uomo e della donna
Da tutto questo è derivata anche la possibilità di ripensare i fondamenti più profondi del nostro vivere in società, sino alla ridiscussione dei ruoli storicamente assegnati agli uomini e alle donne.
Siamo oggi, con lo svolgimento dei nuovi movimenti femminili e femministici, all'inizio - un inizio certo contrastato e pieno anche di intime contraddizioni - di un mutamento nelle coscienze delle donne destinato alle conseguenze più grandi. Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che il ripensamento della condizione secolarmente fatta alle donne, lo sviluppo del loro movimento di liberazione e il superamento dei limiti della concezione puramente emancipatrice - che consisteva nel proporre alle donne l'imitazione del modello maschile - tutto questo porta con sé una riconsiderazione generale della società, dei modi stessi della sua trasformazione, e della politica.
Siamo dunque di fronte ad un balzo in avanti straordinariamente grande nella storia umana e al dischiudersi di potenzialità sin qui sconosciute o solo vagamente immaginate. Ma guai a non vedere che, nello stesso tempo, si aprono dinnanzi all'umanità potenzialità negative anch'esse mai prima esistite.
Il sorgere della questione ecologica
Il primo e più drammatico pericolo è costituito dalla possibilità di giungere ad una guerra di distruzione totale. Per quanto rovinose e sterminatrici siano state le guerre del passato, in particolare quelle di questo secolo, mai si era profilata la possibilità di un evento bellico tale da porre fine a ogni forma di sopravvivenza dell'uomo su questa terra.
Contemporaneamente, l'uso irragionevole delle nuove tecniche e uno sviluppo quantitativo imponente, ma incontrollato ha già determinato non solo la possibilità, ma la minaccia concreta di rovine ecologiche gravissime e irreparabili. L'allarme lanciato da alcuni tra i maggiori studiosi contemporanei avverte sull'esistenza di danni crescenti per le acque - i fiumi, i laghi, i mari - e per l'aria che respiriamo, per l'atmosfera e per la troposfera che circonda la Terra. E' già vi sono, purtroppo, i segni concreti e pratici di potenzialità distruttive inaudite in processi apparentemente innocui o protetti: qui, a pochi chilometri da Milano vi fu il caso di Seveso, dove la diossina fece deserto; altrove sono stati i difetti di centrali elettro-atomiche e in ogni parte si avvertono le conseguenze sulla natura e sugli uomini dell'inquinamento crescente.
Grava poi sulla umanità l'incubo della insufficienza delle risorse alimentari dinnanzi ad una espansione demografica senza precedenti, mentre immense risorse vengono dissennatamente dilapidate e mentre lo spreco dilaga nei Paesi ricchi. Cresce così il divario tra il Sud e il Nord del mondo: un divario intollerabile per ragioni di giustizia e foriero, se non avviato a essere superato, di esplosioni di imprevedibile portata.
La disoccupazione dato strutturale
E tuttavia anche nei paesi ricchi, anche negli Stati Uniti, la povertà, quella vecchia e quella nuova, non è stata vinta e la disoccupazione o la inoccupazione, e l'emarginazione, colpiscono una quota crescente di popolazione, innanzitutto di popolazione giovanile. Nei paesi della Comunità europea occidentale e negli Stati Uniti si sfioreranno questo anno i venti milioni di disoccupati. La inoccupazione giovanile è divenuta un fatto endemico e strutturale, con conseguenze umane gravissime: un frutto dovuto cioè non all'andamento del ciclo economico, che può solo ridurlo o aumentarlo di poco, ma alle caratteristiche di processi produttivi e di innovazioni tecnologiche guidati dalla legge del massimo profitto.
Si esercitano sulle nuove generazioni fino dalla prima adolescenza, sollecitazioni crescenti per il consumo, e in particolare per nuovi consumi individuali. Si aumenta costantemente il loro patrimonio di informazione, ma contemporaneamente non si riesce ad assicurare ai giovani un tempestivo ingresso nel mercato del lavoro. Di qui nasce una condizione che non è certo più quella, almeno nella maggior parte dei casi, dell'estrema indigenza, (com'era ancora nell'Italia che usciva dal fascismo), ma è sicuramente una condizione di frustrazione profonda, causa non certo unica, ma non ultima di tante forme di sbandamento.
Dinnanzi a minacce e pericoli non mancano e anzi sono ampie e forti le risposte positive tra le vecchie e le nuove generazioni. E tuttavia non si può mancar di vedere le forme molteplici di incattivimento di modelli di violenza, di sopraffazione, di arbitrio, sino alle forme degenerative estreme del terrorismo, della mafia, della camorra e dei regimi repressivi di massa in tanti paesi del mondo.
In difesa della democrazia
Vi è anche chi teorizza che fenomeni come quelli del dilagare crescente nel consumo della droga pesante oppure dell'estendersi della criminalità organizzata, sarebbero uno scotto inevitabile per sistemi democratici, dove sono garantite le libertà dei cittadini. Noi non lo crediamo. Noi pensiamo piuttosto che nel presentarsi di questi mali si manifesti non una inevitabile conseguenza dei sistemi democratici, ma piuttosto una loro degenerazione profonda: una degenerazione dovuta alla contraddizione sempre maggiore tra il carattere sociale della produzione e le forme della conduzione economica, tra le motivazioni egoistiche sostenute come molla della società capitalistica e il bisogno crescente di solidarietà e di reciproca comprensione umana, tra il permanere di zone vastissime di vecchia e nuova emarginazione e la sfacciata opulenza, tra le prediche moraleggianti e i pessimi esempi pratici dati proprio da molti di coloro che dovrebbero fornire il buon  esempio.
Non è dunque il sistema delle libertà democratiche che determina i guasti e le contraddizioni della società in cui viviamo, ma la incapacità di saldare libertà, giustizia ed efficienza.
Per il futuro dell'umanità
Di fronte a questi problemi che caratterizzano la nostra epoca, sorgono dei quesiti urgenti. Quanti nel mondo - e come - pensano davvero a problemi di questa natura, muovendo da un'analisi oggettiva e da una visione che abbia al suo centro la preoccupazione per il futuro dell'umanità?
E che cosa si può e si deve fare perché prevalgano le alternative positive, quelle che vanno in direzione della difesa della vita e della pace e della affermazione della giustizia nei rapporti tra i popoli e all'interno delle nazioni?
Dobbiamo innanzitutto alla parte più umanamente sensibile del mondo scientifico italiano e internazionale non solo l'avvertenza dei pericoli gravi che l'umanità attraversa, ma anche i primi rilevanti tentativi di indicare ai popoli e agli Stati le possibili risposte.
Ma non sono molti nel mondo i dirigenti politici, dei Governi, dei partiti e di altri organismi sociali e politici che si sono dimostrati capaci di pensare a questi problemi in modo non troppo vincolato da puri e ristretti calcoli di Stato, di partito, di gruppo, di difesa o affermazione di ristretti interessi.
Ciò mi sembra vero particolarmente in Italia. Non c'è bisogno di ripetere per la ennesima volta che noi siamo rispettosi di tutte le forze politiche democratiche e che non vogliamo dare lezioni a nessuno: però non è possibile non avvertire in molti episodi della lotta politica interna alle forze del Governo una ristrettezza di orizzonte e, talora, un precipitare attorno a non nobili contese di interessa di parte, per le quali si infiammano gli animi e si misurano i muscoli e le cosiddette «grinte» (sulle quali ha scritto un bell'articolo il compagno De Martino).
Vi è insomma una preoccupante diminuzione del tasso di saggezza nei reggitori del nostro Paese e, per quanto si vede, nel mondo intero. Conforta, va però detto, che sta crescendo il numero di esponenti politici che cominciano a porsi e a porre alcuni dei problemi che ho ricordato in tutta la loro drammaticità. Basta pensare, per quanto riguarda il problema Nord-Sud, alle analisi e alle denuncie di Fidel Castro e di Willy Brandt.
Vi sono inoltre organismi internazionali, istituzioni e associazioni religiose (la Chiesa cattolica, le altre chiese cristiane) che hanno lanciato allarmi, rivolto moniti e in molti casi promosso iniziative.
Fra le forze che pensano ai massimi problemi cui ho accennato c'è il Partito comunista italiano. Abbiamo molti difetti, ma non quello di sfuggire all'analisi e al confronto con la realtà del mondo di oggi, di non sforzarci di comprenderla in tutta la sua portata e di non cercare di elaborare nostre proposte, di sviluppare iniziative, di stabilire contatti e intese con tutte le forze che possono e devono essere interessate a far marciare le cose nella direzione giusta.
Per un nuovo socialismo
Tutto ciò ha gettato i comunisti italiani in una impresa e in una lotta quanto mai ardua e tale da esporli a incomprensioni e polemiche, tanto da parte di correnti dogmatiche e conservatrici quanto da parte di correnti opportunistiche e di adagiamento. Impresa e lotta ardue, ma piene di fascino.
Non è cosa diversa o separabile da questa nostra ricerca la nostra iniziativa per una concezione e realtà del socialismo, quello che voi giovani comunisti avete chiamato giustamente un "socialismo nuovo".
L'esigenza di una concezione e di una strada originali non deriva unicamente dalla constatazione di insufficiente e limiti altrui (dei modelli di tipo sovietico e delle esperienze socialdemocratiche), ma anche e innanzitutto dai problemi posti dall'età che stiamo vivendo, dai processi di trasformazione materiale, dalla esistenza di contraddizioni profonde, non prima conosciute.
Noi riscopriamo proprio così l'esigenza del socialismo inteso come sforzo per una direzione consapevole e democratica dei procesi economici e sociali, fondata sulla difesa e la pienezza di tutte le libertà. Ci si risponde che il socialismo come lo pensiamo noi non esiste e che quindi si tratta di una parola vuota. Qunado iniziarono le prime rivoluzioni liberali le Costituzioni democratiche non esistevano, ma non per questo parole come Democrazia e Costituzione erano parole vuote.
Socialismo e democrazia
Se tutte le parole che esprimono nuovi bisogni per la società fossero state considerate superflue, la storia propriamente umana non sarebbe neppure cominciata. E' del resto del tutto falso che la parola socialismo non sia venuta già esprimendo valori universali, così come la parola democrazia. Nella idea socialista è compresa come essenziale la necessità di forme consapevoli di direzione del processo economico al fine di garantirne un equilibrato sviluppo e una maggiore giustizia sociale. Il fatto che molte esperienze siano state manchevoli od erronee non elimina il valore di queste esigenze. Non elimina cioè il fatto - già segnalato politicamente da Togliatti nel memoriale di Yalta - che la necessità di forme programmate di intervento pubblico nella economia non può più essere in nessuna parte del mondo negata, neppure nei sistemi capitalistici, così come non si può disconoscere il bisogno di una più ampia giustizia sociale. La discussione sarà ed è su
l rapporto tra programmazione e mercato, tra spinta alla eguaglianza e bisogno di differenze: ma questa è già una discussione che implica l'idea della trasformazione sociale. Ecco perché noi non pensiamo che possa essere definito moderno chi mette in parentesi la parola socialismo oppure dichiara la santa crociata contro di essa. E' vero perfettamente il contrario: è vero cioè che l'idea socialista e comunista continua ad essere la giovinezza del mondo.
Ciò che si è venuto logorando sono molte delle esperienze concrete che dimostrano i limiti, non solo pratici, di concezioni, di posizioni maturate molto tempo fa, all'inizio del secolo. Per questo il nostro partito si sforza di ammonire contro un uso dogmatico dei maestri del pensiero, e dunque anche dei maestri del pensiero socialista.
Ciò non significa affatto sottovalutare i risultati straordinari che hanno avuto la prima predicazione socialista, e poi il passaggio dal desiderio e dal sogno di una società nuova sino allo studio scientifico, con Marx, della struttura capitalistica della società del suo tempo. E' da tutto questo che è emersa la prima rivoluzione socialista, quella dell'Ottobre russo, le cui idealità e il cui valore stanno scritti nella storia del nostro tempo. Quella prima rottura innescò un processo storico nuovo, un processo che per grande tempo fu portatore di grandi conquiste e di straordinarie conseguenze nell'aprire una fase nuova di lotte per l'emancipazione nazionale e sociale.
Una fase nuova
Oggi siamo in una fase nuova e diversa dello sviluppo della lotta per il socialismo. Non da ora, certo, i comunisti italiani hanno considerato superato il mito dei paesi di tipo sovietico, mito che pure si costruì non a caso e che aiutò altre generazioni comuniste a far fronte con onore ai propri doveri, mentre molti altri (anche se non tutti) crollavano. Tuttavia questo processo si è ora completato.
Quei modelli di società e di Stato non solo - e da tempo - li giudichiamo non trasferibili in paesi come il nostro. Si viene rivelando la necessità che anche in quei paesi siano attuate riforme economiche e politiche che invertano i processi di stagnazione e di involuzione in atto in diversi di essi, processi che non possono certo essere arrestati, con misure repressive gravi, come quelle adottate dai militari in Polonia. Noi non pensiamo che si possa giungere a realizzare e a difendere trasformazioni di tipo socialistico nelle società e negli stati senza difficoltà, senza fatiche, senza contrasti e lotte. Ma vi è solo una strada giusta per affrontare e superare ogni ostacolo: appoggiarsi sul consenso e sulla partecipazione della classe operaia, dei lavoratori e del popolo. La necessità del socialismo e di un movimento per il socialismo riprende dunque forza come espressione delle condizioni oggettive, materiali, del mondo di oggi e dei bisogni che l'uomo di oggi chiede siano soddisfatti.
Al tempo stesso questa esigenza nasce da una opzione etica.
Scegliere contro l'ingiustizia
Se non si vuole che la giustizia prevalga sull'ingiustizia, non si giunge alla scelta del socialismo, e di un socialismo nuovo. Chi si rassegna all'ingiustizia, o l'accetta, o peggio la vuole perché ne trae un vantaggio, compie altre scelte.
Questo non vuol dire, ovviamente, che solo chi sceglie l'obiettivo del socialismo può operare per la giustizia, per la pace, per la salvezza e il progresso dell'umanità. Non è così. Vi è anzi un'altra grande necessità che oggi riprende vigore: quella di un incontro e di una collaborazione tra tutte le forze che, muovendo dalle ispirazioni più diverse, sanno, vogliono, possono farsi interpreti di questi bisogni nuovi degli uomini di oggi, di un incontro e di una collaborazione che riconoscano, rispettino ed esaltino il contributo e i valori di cui ognuno è portatore, in uno sforzo incessante di reciproca comprensione e di comune arricchimento. Vi è qui l'altro dato di fondo, peculiare e insostenibile, della nostra concezione e della nostra politica.
Il problema che dobbiamo porre a noi stessi e a tutti è come si possono affrontare contraddizioni che rasentano ormai l'assurdità - tra abissi di miseria e culmini di ricchezza, tra spreco degli armamenti e bisogni elementari insoddisfatti, tra potenzialità del sapere e meschinità della conduzione politica senza porsi l'obiettivo di una trasformazione degli attuali sistemi di rapporti tra gli uomini e di una guida più razionale e più democratica dei processi economici e sociali sul piano nazionale, europeo e mondiale.
Quale lotta
Che cosa possiamo fare, come partito e come Fgci, per soddisfare queste esigenza ormai vitali per gli uomini e le donne che abitano il nostro Paese, il nostro continente e il nostro pianeta, sventando i pericoli di eventi catastrofici e di intollerabili dominazioni reazionarie? Per prima cosa bisogna avere delle idee-forza: la difesa della pace e il disarmo sono una di esse, così come lo è il "nuovo socialismo", così come lo è il nuovo ordine economico internazionale.
In secondo luogo dovremmo lavorare per prendere e dare consapevolezza piena delle contraddizioni nuove del tempo nostro. Far conoscere a tutti che cosa comporta la continuazione della corsa al riarmo, quali sarebbero le conseguenze di una guerra combattuta con le armi atomiche e nucleari. E diffondere i risultati degli studi più recenti sui problemi del rapporto tra risorse e popolazione, tra sviluppo e ambiente e così via. Non è molto che scienziati, istituzioni e anche esponenti politici hanno cominciato a studiare questi temi tipici del nostro tempo e che domineranno i prossimi due decenni.
Si è cominciato, praticamente, a parlarne all'inizio degli anni '70: prima, e acnora per tutti gli anni '60, imperava il vacuo ottimiso del progresso incessante, del benessere che si sarebbe via via diffuso a tutta la popolazione e a tutte le nazioni. Ma negli ultimi anni, nel corso dei quali la realtà ha richiamato la necessità di una visione più lucida del futuro del mondo, un notevole patrimonio di studi si è già accumulato. Esso non è però ancora sufficientemente conosciuto e discusso da grandi masse.
A questo proposito avanzo una proposta concreta da realizzare in un tempo ragionevolmente breve: organizzare, come partito e come Fgci, un Congresso di fururologia, che si svolga sulla base di relazioni e comunicazioni di scienziati e di esponenti delle più varie discipline (scienze fisiche, chimiche, biologiche, antropologiche, demografiche, militari, economiche, sociali, informatiche, mediche, ecc.); e portare poi i risultati delle informazioni, valutazioni e proposte, che saranno fatte in tale Congresso alla conoscenza e alla discussione tra i giovani.
La terza cosa da fare, la più importante, è quella di proseguire nello sforzo già in atto per sviluppare tutti quei movimenti che si fondino sulle contraddizioni aperte, indichino soluzioni possibili, suggeriscano risultati concreti lungo una via di trasformazione e contribuiscano nel tempo stesso a migliorare e arricchire noi stessi nel nostro rapporto con gli altri.
Quando il movimento operaio muoveva i primi passi oltre un secolo fa, erano le minute rivendicazioni economiche che dovevano avere il primo posto. La grande battaglia unificante, che divenne internazionale, fu per le otto ore. Se non si fosse partiti di lì non si sarebbero certo potute costruire le leghe, i sindacati, il partito politico.
Oggi quel problema si ripresenta. E torna prepotentemente di attualità, se si vuole affrontare il tema della disoccupazione nei suoi aspetti strutturali, la esigenza di una grande battaglia internazionale per la riduzione dell'orario di lavoro. E' stato giusto che questo congresso abbia levato su questo tema una richiesta anche nei confronti dei sindacati.
La qualità dello sviluppo
La piaga della disoccupazione giovanile richiede grandi iniziative anche a livello europeo e una nuova politica nazionale che tenda a modificare la collocazione italiana nella divisione internazionale del lavoro. Ma - dunque - la battaglia per il lavoro chiede anch'essa specificazioni di qualità: riguardanti il tipo di sviluppo che è necessario e utile perseguire. Quanto sarà possibile sostenere una espansione fondata essenzialmente su produzioni, come dicono gli economisti, "mature" e cioè all'avanguardia, sul lavoro sommerso, sul permanere di una dipendenza fortissima nella ricerca e nei brevetti?
Ecco il bisogno economico di misurarsi con la qualità dello sviluppo. Contemporaneamente, si tratta di un bisogno non soltanto economico. La necessità di vivere in città meno alienanti e disumane, di salvare la natura e i beni culturali, di avere una vita culturale più ricca e piena, di andare ad una scuola il cui insegnamento sia qualificato; tutto questo viene diventando necessità primaria, come erano una volta, le necessità di sussistenza.
Ecco perché il movimento ecologico, nei suoi differenziati aspetti, la volontà di impegno culturale, lo stesso desiderio di partecipazione attiva al miglioramento della scuola hanno acquistato un rilievo così grande. Si esprime anche in questo modo una coscienza critica verso la società in cui viviamo.
Ed ecco perché noi non possiamo pensare di chiamare i giovani alla politica secondo vecchi contenuti e vecchie forme. Come portare la grande maggioranza dei giovani alla consapevoleza piena della realtà e alla possibilità di affrontarla alla luce della ragione. La ideologia della fine delle ideologie è essa stessa una forma di falsa coscienza e cioè una ideologia nel senso marxianamente peggiore della parola. Vi è una pressione forte per un allontanamento di giovani dalla politica.
Giovani generazioni e politica
La prima, essenziale, semplice verità che va ricordata a tutti i giovani è che se la politica non la faranno loro, essa rimarrà appanaggio degli altri, mentre sono loro, i giovani, i quali hanno l'interesse fondamentale a costruire il proprio futuro e innanzitutto a garantire che un futuro vi sia.
Non è mai stato facile essere comunisti. L'assassinio di compagni Pio La Torre e Rosario Di Salvo sono la prova più recente che non è neppure mai finito il tempo in cui bisogna testimoniare persino con il sacrificio estremo la propria fedeltà alle grandi idee per cui tanti dei nostri compagni sono caduti. Ma vi sono oggi difficoltà anche meno aspre e più impalpabili, date dal fatto che i problemi si presentano in forma diversa e più complessa che per il passato, perché le contraddizioni medesime della società tendono ad essere non più solo quantitative ma a riguardare la qualità dello sviluppo, della vita, del modo di esser donne e uomini, del rapporto tra individuo e individuo, tra individuo e società.
Alla crisi delle vecchie forme della politica già corrisponde, se sappiamo vederlo, il nascere di forme nuove di impegno. E queste nuove forme non derivano soltanto dal fatto che molti partiti siano in crisi e altri, compreso il nostro, sentano difficoltà, ma derica dal fatto che avanzano, assieme a questioni nuove, nuove sensibilità.
Vi è, per esempio, un bisogno più grande che per il passato di veder pienamente utilizzato il proprio tempo e il proprio contributo. Non possiamo perciò rammaricarci se tanta attività dei partiti, effettivamente ripetitiva, non viene seguita. Ma vi è anche più informazione, più spirito critico, più avvertita vigilanza contro i luoghi comuni, e le frasi fatte. Ecco perché certo vecchio modo di fare politica oramai respinge nel mentre si sviluppa una spinta grande all'associazionismo, a forme nuove di aggregazione, a nuovi interessi. Nella ripresa di tante forme di associazionismo cattolico non vi è soltanto, il bisogno di certezze che una fede può dare, vi è anche un grande e attivo impegno operativo intorno a tante cause positive. Le Chiese sospingono all'impegno nella società e da ciò deriva una religiosità che non è fuga dal mondo, ma opere e fatti.
Di qui sono venuti e possono venire contributi di notevole rilievo: innanzitutto al movimento per la pace. Talora, ciò si accompagna a spinte integraliste ma, quali che ne siano le motivazioni, bisogna essere attenti alle finalità concrete che vengono perseguite e vedere quali sono i possibili obiettivi consumi. Occorre non confondere mai la necessaria lotta contro il sistema di potere democristiano - sistema di potere che, con buona pace dell'attuale segretario della Dc, continua ad essere una pesante realtà e non una invenzione dei comunisti - e la necessità di intendere la complessità delle spinte presenti nell'area cattolica.
Noi non ci lasceremo impressionare dalla campagna pretestuosa in base alla quale ogni attenzione nostra verso la realtà cattolica viene presentata come ricerca di una intesa tra Dc e Pci. Si tratta di propaganda. Al tempo della solidarietà nazionale noi fummo sempre con i compagni socialisti dapprima nell'astensionismo, poi nel breve periodo della maggioranza. Non siamo certamente noi che abiamo praticato la linea della divisione a sinistra e della intesa separata con la Dc.
Abbiamo dichiarato e ripetiamo, comunque, che quell'esperienza politica è per noi conclusa.
La nostra prospettiva è quella di un'alternativa democrativa al sistema di potere dominato dalla Dc. E' ed è in questo quadro che si colloca la nostra ricerca di uno sviluppo del rapporto unitario prima di tutto con il Psi.
Ma guai se, per timore di una propaganda malevola, noi dismettessimo la nostra attenzione verso il mondo cattolico. Proprio la piena conquista di una laicità storicamente costruita ci consente questa capacità continua di distinzione: volta a cercare di interpretare, nel campo che è proprio del partito politico, i bisogni del tempo, da chiunque essi vengono espressi. Non ci sfugge, quindi, che viene anche dal campo cattolico un bisogno di fare, di agire che corrisponde alla necessità effettiva di vedere almeno alleviati molti dei problemi assillanti di tanta parte della popolazione. E' ciò che si chiama il «volontariato». Il volontariato non è soltanto cattolico. Alle radici stesse del movimento operaio c'è il moto della solidarietà reciproca; l'originario costituirsi (prima delle leghe, prima del partito) di associazioni di mutuo aiuto, di reciproco sostegno.
In molte organizzazioni del volontariato, in ogni campo, credenti e non credenti lavorano insieme e anche quando le organizzazioni sono distinte e le aspirazioni ideali diverse, sovente le finalità di solidarietà umana comuni. E abbiamo visto proprio nei giorni scorsi, in una riunione nazionale, quante e quanto valide siano le forze nostre impegnate nelle associazioni volontarie.
Lo sviluppo nuovo e impetuoso di queste antiche e nuove forme di aggregazione ci insegna tante cose: non certo che si può fare a meno delle lotte (fra le quali oggi hanno portata decisiva quella per respingere l'offensiva della Confindustria). Né si può fare a meno dello Stato o della mano pubblica - come qualche teorico, anche di parte cattolica, suggerisce - ma certo che bisogna prendere posizione contro lo statalismo burocratico, che bisogna essere capaci di vedere le risorse autonome della società e saperle valorizzare in un dialogo continuo tra istituzioni democratiche e sollecitazioni che vengono direttamente dalla società.
Lo sviluppo dell'associazionismo e del volontariato indica che non basta partecipare, bisogna poter contare veramente, bisogna fare, bisogna contribuire a risolvere questioni reali. «Democrazia» deve congiungersi con efficienza e «libertà», deve divenire responsabilità e liberazione...

(Enrico Berlinguer, "Discorso ai giovani", Milano 1982)

venerdì 26 ottobre 2012

Riede alla sua parca mensa

A casa nostra è partita la stagione dell'austerity, per dirla come gli economisti, della dieta, per dirla come gli ottimisti, del risparmio selvaggio, per dire la verità. Abbiamo ripreso con il menu "settimanale", e con la lista della spesa "bloccata", attenendoci scrupolosamente a quello che serve per sopravvivere fino al sabato e a nutrire adeguatamente i bambini. Largo dunque alle verdure fresche, che qui fortunatamente costano poco e rendono molto se sono di stagione; per noi a pranzo gli avanzi della cena di ieri con una verdura o un'insalata, e per cena piatto unico un po' più ricco. Detto così sembra un po' triste, ma in effetti non lo è: condividere anche questi sacrifici cementa il legame con il Duca, e dover creare piatti commestibili e accattivanti con risorse limitate stimola il mio amore per la cucina, dunque va bene così. Fa molto anni Cinquanta e io sono attratta da tutto ciò che è vintage, quindi se mi regalano una gonna a ruota prometto di cucinare con le decolleté tacco otto.
Oggi è venerdì, dunque per stasera focaccia fatta in casa: pochissima spesa, moltissima resa, grande soddisfazione per il palato e possibilità di dare fondo a ciò che resta delle scorte settimanali di ortaggi e latticini. Per pranzo, invece, via libera al magico "macinato", economico e versatile. Non sarà il massimo in nutrizione e salute, ma in questo momento non possiamo permetterci di fare sofismi. Per i piccoletti, polpette al gugo, e per noi polpettoncini su un letto di verdure: funghi champignon, stavolta, ma avrebbero potuto essere cuori di carciofi (quelli surgelati, o delle scatolette!) o zucchine. Una ricetta ricca ma sana, un piatto unico che si presta a varianti personali di ogni genere, l'ideale per la nostra spending review.

Polpettoncini ai funghi

Ingredienti:
carne macinata (noi, mista: vitello e maiale) 500 g
funghi champignon   600 g circa
uova   1
prezzemolo   due ciuffi generosi
aglio  2 spicchi
formaggio grattugiato (noi, rodez e grana)   4 cucchiai abbondanti
pane raffermo    200 g circa  (noi, due panini tipo "carciofini")
latte  1 bicchiere circa (dipende da quanto è duro il pane)
galbanino  tre grosse fette
sale, pepe, olio extravergine d'oliva    q.b.

Preparazione:
Per prima cosa, ho fatto a pezzi il pane con le mani, l'ho messo in una terrina irrorandolo con il latte necessario per intriderlo tutto, e l'ho lasciato un po' ad ammorbidirsi così. Nel frattempo ho tritato molto finemente uno degli spicchi d'aglio con un ciuffetto di prezzemolo; il pane a questo punto è diventato morbido, quindi l'ho lavorato un po' con le mani per renderlo impastabile.
Ho aggiunto al pane la carne, l'aglio e il prezzemolo, il formaggio grattugiato e l'uovo, ho salato (e pepato, ma se mangiano bambini forse è meglio di no) a piacere, ho impastato con cura, e ho lasciato il composto ottenuto a riposare qualche minuto.
Durante questo tempo ho pulito e tagliato a fettine sottili i funghi, tritato molto finemente l'altro spicchio d'aglio col prezzemolo rimanente, unito tutto in una terrina e condito con olio e sale a piacere. Ho trasferito i funghi così conditi sul fondo di una teglia da forno (in ceramica).
Ho ripreso il composto di carne e bagnandomi le mani con un goccio di latte ho formato delle grosse polpette (grandi come un pugno, più o meno), vi ho infilato dentro un pezzo di galbanino; ho disposto i polpettoncini così ottenuti in mezzo al "letto" di funghi, nella teglia, e completato con un ultimo filo d'olio.
Ho cotto in forno già caldo, a 200° (acceso sopra e sotto) per una mezz'ora.

venerdì 12 ottobre 2012

INSPIRING BLOG AWARD!


inspiring blog award

Molto inaspettatamente, dato che questo blog è un "luogo" dal quale far volare via, come palloncini, pensieri, sentimenti, gioie, paturnie, che mi attraversano l'anima, ho scoperto che i miei squilibri possono essere un'ispirazione per qualcuno...in questo caso per le care B & C art de vivre, dalle quali ricevo questo premio, che accetto volentieri, ringraziando di cuore e rispondendo alle 10 domande:





1) Qual è il capo di abbigliamento che ti fa sentir meglio:
Maxipull di lana colorata
2) Quando è che ti senti più energico: Mattino, mezzogiorno o sera:
Tardo pomeriggio / sera, insomma dopo il tramonto
3) Qual è il tuo cibo e bevanda preferiti:
Cibo: pane, focaccia e tutto ciò che è lievitato. Bevanda: caffè!!
4) Quale tipo di cioccolato preferisci:
Cioccolata calda all'arancia
5) Qual è il tuo hobby preferito:
Cucinare, e questo blog!
6) La tua musica preferita:
La colonna sonora di Forrest Gump le racchiude tutte.
7) Se potessi fare le valigie e partire in questo momento, in quale paese o città vorresti andare?
Proprio in questo momento? Canada, senza dubbio: per il foliage.
8) Hai delle cattive abitudini?
Annuso sempre il cibo prima di mangiarlo...
9) Cosa non sopporti degli altri?
L'autoreferenzialità, e l'indolenza, parimerito.
10) Cosa non sopporti di te stessa?
Sono contenta di me troppo raramente.


Ora posso assegnare a mia volta questo premio a 10 blog che trovo di ispirazione:

1) mammafelice
2) shabbychicinteriors
3) Debbie e le piccole cose
4) trashic
5) il cesto dei tesori
6) la casa nella prateria
7) elfobruno
8) che cosa ti preparo per cena
9) il mio amico Dio
10) ammodomio

Aggiungo a questo elenco un 11) fuori concorso, per B & C art de vivre, che sarebbero sicuramente state incluse se il premio non fosse arrivato proprio da loro :)

giovedì 11 ottobre 2012

Risotto con le zucchine

Ingredienti (per 4 persone):
4 tazzine di riso arborio
2 zucchine
1 scalogno
30 g di burro (1 cucchiaio abbondante)
40 g di grana grattugiato (2 cucchiai)
1 etto di prosciutto cotto a dadini
1/2 litro di brodo vegetale


Preparazione:
Per prima cosa metto a scaldare il brodo sul fuoco; se non posso farlo al momento uso acqua e dado granulare (molto Benedetta Parodi...).
In una casseruola, faccio scaldare un pochino di burro e vi lascio ammorbidire dentro lo scalogno affettato molto sottile, poi aggiungo i dadini di prosciutto cotto; quando questi sono rosolati aggiungo il riso e lo faccio tostare. Comincio subito ad allungare con il brodo molto caldo, che continuo poi ad aggiungere man mano. Unisco le zucchine, tagliate a julienne molto fine o grattugiate (se mangia anche G che scarta "i pezzi") a metà cottura.
Quando il riso è al dente spengo il fuoco, unisco il burro rimanente, il grana, e procedo alla mantecatura mescolando bene. Lascio riposare qualche minuto prima di servirlo in piatti piani, all'onda.

Nota.
Se trovo le zucchine tonde ne prendo una per ciascun commensale, le sbollento, taglio la calotta, le svuoto con un cucchiaino e uso la polpa tritata per il risotto e il guscio come recipiente individuale per servire in tavola.

mercoledì 3 ottobre 2012

Brutta razza


Le Femmine sono una brutta razza.
C'è l'Elemosinante, quella che si innamora sempre dell'uomo sbagliato, che perde la testa per chiunque le dimostri attenzione. C'è l'Indecisa, quella che nelle grandi occasioni ha il fidanzato in prima fila e l'innamorato nel corridoio. C'è la Solitaria, quella che trascina le storie fino allo sfinimento per portarle alla distruzione. C'è la Fidanzata, quella che lotta disperatamente per tenere in piedi una storia a qualunque costo, anche quello dell'insoddisfazione, purché duri. C'è la Troia, quella che non ha pregiudizi e segue sempre il proprio interesse. C'è la Santa, quella che tiene la coscienza imbavagliata dietro una maschera di virtù.
La Femmina ha sempre ragione, e si circonda di amiche che l'assecondano e la giustificano e uomini che la idolatrano ciecamente. Ma di lei non ti puoi fidare: se non la coccoli, non la blandisci, non la eviti, non le menti, non la tieni d'occhio, la sua coda di scorpione ti avvelenerà. 
E poi ci sono le Donne. Quelle che non sono capaci. Quelle che pagano i loro conti, profumatamente. Quelle che si mettono in cima allo scoglio quando c'è la tempesta. Quelle che accettano le conseguenze. Quelle che nello specchio dell'anima riescono a vedersi chiaramente. Quelle che sanno parlare e star zitte, e sanno esattamente quando fare l'una o l'altra cosa. Quelle che cantano, anche se sono stonate. Quelle che sanno vedere il bello nelle cose e nelle persone. Quelle che conoscono il valore delle piccole cose.
Non si augura a nessuno una Femmina per amica.
Ma delle donne, quelle vere, ti puoi fidare. Saranno sincere, nel  bene e nel male. Saranno vere, col sole e con la pioggia. Saranno presenti, nel silenzio e nel frastuono. Saranno oneste, anche nell'occasione che fa l'uomo ladro. Saranno pure. Saranno stabili. Saranno coraggiose. Saranno delle Vere Amiche.

Questo post è dedicato a tutte le donne che ho incontrato lungo il cammino, e in particolare alle mie Amiche: vi sarete sicuramente riconosciute. Ogni altro riferimento a fatti e persone realmente esistenti è assolutamente voluto, senza offesa, e con affetto.

domenica 30 settembre 2012

Biscotti ai pistacchi e gocce di cioccolato

Oggi finalmente mi sono messa e ho fatto i cantucci delle Pellegrine Artusi. Ho seguito diligentemente la ricetta per quanto riguarda gli ingredienti, ma ho seguito un procedimento diverso perché montando le uova avrei fatto rumore, e il Duca e i piccoli dormivano beati. Poi, chiudendo la pagina del blog delle Pellegrine, l'occhio mi è caduto sui commenti e sulla versione con gocce di cioccolato, che prevede le nocciole...bè nocciole in casa non ne avevo ma avevo dei pistacchi, dunque coi primi cantucci in forno ho ricominciato da capo provando questa variante e...meraviglia!

Ingredienti:
300 g di farina
300 g di zucchero
3 uova (io 2 grandi)
2 belle manciate di pistacchi sgusciati
100 g di gocce di cioccolato (fondente)
1 cucchiaino da caffè di lievito vanigliato per dolci
1 pizzico di sale

Procedimento:
Ho riunito in un mucchio sulla spianatoia la farina, lo zucchero, il lievito, il sale, li ho mescolati un po', ho fatto un buco al centro nel quale ho messo i pistacchi, le gocce di cioccolato e le uova. Ho impastato velocemente fino ad ottenere un impasto simile a quello della pasta frolla, l'ho infarinato e diviso in cinque parti che ho modellato come dei salsicciotti, ho sistemati questi ultimi, ben distanziati fra loro, sulla placca del forno ricoperta con un foglio di carta forno.
Ho cotto i salsicciotti nel forno già caldo (175°), acceso sopra e sotto, per 15 minuti, poi li ho estratti e tagliati a fettine sottili che ho rimesso sulla placca del forno (ci sono volute due infornate) con il taglio verso l'alto a "biscottare" a 200° ventilato, per 5-6 minuti.

giovedì 20 settembre 2012

100 cose

Last updated: 30 giugno 2016

Da quando, tempo fa, mi sono imbattuta in questo post nel mio quotidiano perdermi fra i post di Mammafelice, ho sentito il bisogno di riflettere su quali siano le 100 cose che io amo di più, quelle per cui "vale la pena vivere, alzarsi al mattino, fare fatica, sorridere", quelle, piccole e grandi, che danno o aggiungono un senso all'esistenza. Quelle che, se uno ci riflette sopra, lo aiutano a vivere e ad affrontare tutto quanto.
Ho cominciato a compilare il mio elenco nell'estate del 2011, e da allora lo aggiorno ogni tanto; per il momento è pronto per il numero 65, ma sono sicura che se uno si sforza di guardare il lato bello delle cose arriverà al numero 100 prima o poi.
Le 63 cose che amo non stupiranno chi mi conosce davvero, e forse faranno sorridere qualcuno che da tempo non sorride.
E le tue 100 cose?

100 cose che amo

1.    Giorgio e Davide
2.    Alessio
3.    Il ricordo di mia mamma
4.    Cima Sappada
5.    Il mare, incazzato
6.    Il presepe di Alessio, le lucine di Natale
7.    Sentire comprensione profonda e affetto vero da un’amica che mi conosce e capisce sul serio
8.    Le coccole disinteressate degli animali
9.    Cucinare, con gusto, una cosa nuova mai sperimentata che viene benissimo al primo colpo 
10.    Poter sognare il domani: casa, estate, vacanze, feste, serate normali, una camera con due lettini, stirare i grembiuli di scuola, sfornare dolci, perché questo significa che tutto va bene, che tutto si può affrontare, che non ci sono tragedie imminenti
11.    I cartoni animati di Walt Disney
12.    L’odore di resina dei pini
13.    L’odore di camino
14.    L’abbraccio di Danilo
15.    Cisternino
16.    Ridere con la Maria Chiara
17.    Preparare e bere Vin Brulee fatto in casa con la ricetta di Silvia in pieno inverno e con gli amici giusti
18.    I giorni di tramontana di inizio settembre a Montedarena, con Roberto, Rossana e Marta
19.    Il primo freddo, il primo maglione
20.    L’autunno: aria frizzante, foglie rosse gialle arancio, profumo di terra bagnata, castagne
21.    Gli alberi
22.    Fare il bagno nell’acqua limpida e verde-azzurra del mio mare
23.    Preparare la tavola per la colazione quando ci sono amici speciali che dormono da noi
24.    Alzarsi presto al mattino, quando tutti ancora dormono, e fare tutto in silenzio
25.    Trovarsi accanto persone dalla generosità pura e diretta
26.    Il profumo del caffè
27.    Scorgere negli occhi di uno studente un guizzo di intuizione e di passione scatenato dal mio modo di insegnare
28.    La risata di Giorgio, la risata di Davide
29.    Il primo sorriso della giornata di Giorgio
30.    La vocina di Giorgio che dice “mamma”, la vocetta di Davide che dice “mamma”
31.    Il gelato al pistacchio della Gelateria del Ponte di Via D’Aquino
32.    Una nuova crema profumata per il corpo
33.    Una lunghissima doccia bollente (ma non d’estate)
34.    Una giornata all’Ikea, arrivando all’apertura e quando non c’è troppa gente
35.    Un concerto di Elisa
36.    Le canzoni vecchie di Battiato
37.    Le canzoni di De Andrè
38.    Vincere un premio inaspettato senza fare assolutamente niente
39.    Scendere in spiaggia il giorno del mio compleanno e trovare il mare pulitissimo e leggermente mosso.
40.    Un pranzo o una cena di festa, con la famiglia “stretta”, intorno al tavolo di casa di Maria.
41.    Mio padre che  torna bambino giocando sul dondolo-leva della Villa Peripato con Alessio e Giorgio dall’altra parte.
42.    La neve
43.    Scoprire che anche la situazione che sembra più bloccata si può risolvere in quattro e quattr’otto, se ci si decide a prendere il toro per le corna e a fare ciò che c’è da fare.
44.    Guardare negli occhi chiari e liquidi di Davide e sentirmi tutto il suo mondo.
45.    Il 22 novembre:  Santa Cecilia.
46.    La domenica pomeriggio: una passeggiata a piedi, in città, subito dopo pranzo, con Yuri che sta buono, lo scirocco e il sentore d’autunno, guardando le finestre delle case e immaginando scene di vita familiare.
47.    Lecce
48.    Torino
49.    I cornetti alla crema di Angelo Petrosillo
50.    I panzerotti fritti
51.    La pizza
52.    Le patatine fritte con le patate vere
53.    Il caffè
54.    Guardare “Max&Ruby” con Giorgio abbracciati sul divano
55.    Davide che appoggia la testa sulla mia spalla e mi abbraccia, salendo le scale
56.    I baci di Davide
57.    Le saponette
58.    Il pane fatto da me che cuoce nel forno a legna
59.    Tornare a casa
60.    L’arcobaleno
61.    Sentire il mio nome scandito dalla Nonna, che da più di un anno diceva solo dudududu. (02/01/2013)
62.    Andare in bicicletta
63.    Fare il bagno in mare con Davide
64.    Le polpette di Giampiero
65.    La pizza in teglia della Livornese
66.    La spiaggia libera di Lido di Classe semideserta all'inizio dell'estate
67.    Raccogliere conchiglie e legni per fare un acchiappasogni
68.    L'odore di pesce fritto a Cervia quando ci sono i mercatini dell'artigianato
69.    Qualcuno che amo che si autoinvita per qualche giorno a casa mia
70.    La sera della Madonna del Fuoco
71.    ...



giovedì 13 settembre 2012

Belli capelli

http://www.thenewwriters.com/2011/07/29/dream-weaving-words-of-light

Questa mattina molto presto ho sognato, uno di quei sogni confusi, pieni di salti spazio-temporali, catartici, che ogni tanto vengono a mettere ordine nel mio io emotivo.
Ebbene, ho sognato di assistere, invisibile, alla festa di compleanno dell'amica mamma per antonomasia, la vittima delle mie mille domande da neomamma; una festa che molto probabilmente non c'è neppure stata, in una casa che non è la sua casa, ma che mi rendo conto fosse il mix di alcune case legate a ricordi dolorosi. E so quale di quei ricordi dolorosi è stato risvegliato ieri da un foto che non vedevo da tempo, amplificato da una situazione dolorosa di oggi che non vivo come vorrei e dovrei. Dunque. A questa festa non ero stata invitata, non sapevo neppure che ci fosse/sarebbe stata, e assistevo come guardando un album di foto in movimento, allo stesso tempo contenta per la mia amica e per i partecipanti ma delusa e un po' ferita dal non essere un partecipante io stessa. Anche questo mi spiego facilmente in termini di mia mancata partecipazione, non del tutto voluta. Se bene quale recondita giustificazione mi sono data, e a quale senso di colpa ho messo inconsciamente una pezza, insomma perché mi sono punita con questa scenetta.
Ma ciò che è importante davvero nel sogno è la scena successiva. Seguendo la sensazione di intima ferita la mia mente ha trasformato lo scenario, e mi ha trasportata nella stanza dove le mie intime ferite sono state a lungo curate, dove le mie piccole e grandi debolezze hanno a lungo trovato rifugio, e nella stanza c'era lei. Bellissima, giovane, avrà avuto la mia età, coi capelli neri non troppo lunghi, folti, meravigliosi come prima,  prima di tutto, senza occhiali, con gli occhi di Davide, col pezzo di sopra di un costume e un paio di pantaloncini, le gambe a posto, leggeva tranquilla, stesa sul letto, in perfetta salute. Come tutte le volte che viene a farmi visita, mi blocco quando la vedo là, nella sua stanza, al suo posto che non è più il suo posto ma che sempre lo sarà, indecisa fra il "non è possibile, è inutile, fattene una ragione, questo non è reale" e il "goditela finché puoi", poi con un gesto, un cenno degli occhi, un guizzo indefinito, lei mi invita a lasciarmi andare, ad abbracciarla, a ghermirla, a stringerla forte da farle male, e a distruggermi di pianto stretta a lei come mai più potrò fare. E questo faccio, finché dopo poco, troppo poco, sempre troppo poco, non mi sveglio avvolta da quella sensazione di amore assoluto, incontenibile e straziante che prova una madre per il figlio e che non ho potuto dirle di aver finalmente compreso e sentito, mista a quel legame ancestrale e inattaccabile di un figlio per la madre che mi sconvolge se penso che è questo che i miei bimbi provano per me.
So che era lei. Era lei. Non era del tutto frutto della mia mente. Ma in parte sì. In parte ero anche  io. Era la visualizzazione di quella parte di me che sento dovrebbe esserci, quella parte precisa ordinata che lei ha sempre cercato di tirar fuori e alla quale mi sono sempre ribellata e in qualche modo mi ribello pure adesso, venuta fuori sotto forma di senso di colpa cosciente in un discorso fatto ieri e che sento di dover potenziare in questo inverno prima del volo lontano che farò a maggio, il primo vero lungo volo lontano da quando lei non c'è più.

mercoledì 1 agosto 2012